domenica 31 gennaio 2010

31 gennaio: Traslazione di san Marco Evangelista (Venezia)


Tintoretto, 1563, Galleria dell'Accademia, Venezia.

(photo by Francesco Bianco)




Il corpo del Santo evangelista fu conservato e venerato a lungo ad Alessandria. Oltre la testimonianza di Palladio abbiamo quella degli Atti di san Pietro, vescovo di quella città nel quarto secolo, (la stesura però di questa “passio” è molto posteriore) che ci dicono come nella località del martirio di san Marco, a Bucoli, c’era una chiesa costruita nel 310, appena i cristiani poterono costruirne una all’aperto, e un cimitero che prendeva il nome del santo. Il corpo di San Marco era molto probabilmente ancora lì, custodito in una bella tomba di marmo, in una chiesa situata presso il porto all’entrata della città quando nel secolo ottavo essa cadde in mano degli Arabi.

Il monaco franco Bernardo però che verso la fine del secolo nono compie il suo pellegrinaggio in terra santa ci assicura (il manoscritto che abbiamo è abbastanza tardo ma sembra doversi ricondurre ad una fonte più antica) che il corpo dell’evangelista non si trovava più in Egitto ma era stato trasportato a Venezia. Queste le voci che il monaco raccoglie sul posto e che confermerebbero la tradizione.

Secondo questa infatti nel 828 dieci navi veneziane spinte dal vento contro la volontà dei loro marinai, “navigantes velut inviti” avrebbero approdato ad Alessandria d’Egitto contravvenendo ai decreti dell’imperatore bizantino Leone V l’Armeno (813-820), confermati dal duca veneziano Giustiniano Partecipazio, che proibivano il commercio con gli arabi; contravvenzione però avvenuta “Deo volente … divino nutu”, tiene a ripetere l’estensore del racconto. Tra gli occupanti di quelle navi, che tra l’altro da buoni mercanti avevano approfittato di quella sosta forzata per fare affari, si trovavano i tribuni Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Costoro oltre che buoni mercanti erano anche uomini pii e ogni giorno si recavano nella chiesa dove era sepolto il corpo di san Marco, vicino al porto, per venerarlo. Entrarono così in amicizia con i custodi del tempio e soprattutto col monaco Staurazio e il prete Teodoro, quest’ultimo secondo il costume orientale, sposato. Data l’usanza instaurata dal califfo abasside Mamum di spogliare le chiese cristiane per costruire delle moschee e la paura che regnava tra i cristiani di vedere distruggere i luoghi di culto e profanare le preziose reliquie, i due veneziani propongono ai due alessandrini di trafugare il corpo dell’evangelista. E’ vero, essi rispondono alle obiezioni di quest’ultimi, che il santo ha evangelizzato Alessandria e sarebbe giusto che vi restasse il suo corpo, ma prima ancora ha evangelizzato Aquileia e la regione veneta “unde nos sumus primogeniti filii eius” (e noi siamo i suoi figli primogeniti), per cui non si tratterebbe che di un ritorno “nos Dominus hic velut invitos adduxit ut nobis eundem nostrum sanctissimum patrem restituat” e poi ci sarà anche una buona ricompensa per voi da parte del duca veneziano.

Staurazio e Teodoro da principio non cedono ma poi, anche perché il pericolo di profanazione diventa sempre più prossimo ed uno degli altri custodi del tempio è già stato arrestato, acconsentono ai desideri di Buono e di Rustico. Il corpo dell’evangelista viene imbarcato sotto gli occhi degli arabi con uno stratagemma: la cesta che lo contiene viene riempita di foglie di cavoli e di altri ortaggi e di carne porcina alla cui vista essi si mettono a gridare “Kinzir, Kinzir” (maiale, maiale) e si allontanano sputando. Forse tale sistema viene adoperato per ingannare non solo i mussulmani ma anche i cristiani alessandrini, attaccati al loro santo patrono e una frase del racconto potrebbe farcelo sospettare. Incomincia così il viaggio di ritorno e la leggenda fiorisce a questo punto di miracoli. Al passaggio delle sacre spoglie si sparge attorno un insistente profumo; la nave di Buono e Rustico va a piantarsi velocemente sul fianco di un’altra i cui occupanti li deridevano dicendo che era stata data loro una mummia e non il corpo del santo e non si stacca finché questi ultimi non riconoscono la verità; il salvataggio nella tempesta; gli isolani che vanno incontro alla nave, prodigiosamente avvertiti del trasporto; il demonio che si impossessa del negatore più ostinato. Arrivano finalmente in Istria, ad Umago e si fermano incerti sul da farsi. Mandano allora a Giustiniano Partecipazio un’ambasceria per dargli il lieto annuncio e farsi perdonare la trasgressione dei suoi ordini. Il duca accoglie con gioia la notizia e si prepara con il vescovo Orso e il popolo a ricevere “talem thesaurum”. E la preziosa reliquia arriva a Rivo Alto. Le autorità religiose e civili gli si fanno processionalmente incontro e altri miracoli segnano il suo trasporto. Mentre ci si avvia per la scala che porta al palazzo ducale non c’è neppure il più tenue soffiar di vento, ma il manto che copre il corpo santo si agita come se fosse mosso da una impetuosa e misteriosa forza e i portatori, cui prima il corpo pesava moltissimo, non fanno più nessuna fatica. Lo si depone in una stanza vicina la palazzo in attesa di costruirvi la chiesa. Morto nel 829 Giustiniano, secondo quanto egli stesso dispone nel suo testamento viene eretto dal fratello Giovanni “infra territorio sancti Zachariae”, una basilica “elegantissimae formae, ad eam similitudinem, quam supra domuni tumulum Hierosolimis viderat” cioè a pianta centrale e vi si depone “honore dignissimo venerabillimum corpus”.

I valori religiosi e civili nel culto di san Marco si potenziano a vicenda e si fondono in una infrangibile unità, destinata a durare nei secoli. L’evangelista diventa il simbolo della patria, le monete e le bandiere si fregeranno del leone alato, la basilica marciana diventerà tempio e arengo. “Viva San Marco!”; con questo grido i veneziani saluteranno le loro vittorie e si rinfrancheranno dopo le loro sconfitte. (A. NIERO, Culto dei Santi a Venezia, Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1965.).

La festa era solennemente celebrata nella Basilica Ducale: il Primicerio cantava solennemente il Pontificale alla presenza di tutto il Capitolo, e il Doge vi assisteva insieme a tutta la Signoria. Ancora con una certa solennità il Patriarca, trasferitosi nella Basilica dopo l'imperiosa riorganizzazione napoleonica del territorio ecclesiastico veneziano occorsa nel 1806, celebrava la festa del 31 gennaio.

sabato 30 gennaio 2010

30 gennaio: Santa Batilda


Camicia con cui fu sepolta Santa Batilda (Ànglia,630c.-Chelles, 680), regina dei Franchi e moglie di Clodoveo; tela di lino ricamato con sete policrome, Abadia de Chelles, Ille de Françe).

lunedì 25 gennaio 2010

25 gennaio: Conversione di san Paolo


Caravaggio, Conversione di san Paolo, 1600-1601, Collezione privata Odescalchi, Roma.

(photo by Francesco Bianco)




VANGELO

In illo témpore: Dixit Petrus ad Iesum: Ecce, nos relíquimus ómnia, et secúti sumus te: quid ergo erit nobis? Iesus autem dixit illis: Amen, dico vobis, quod vos, qui secúti estis me, in regeneratióne, cum séderit Fílius hóminis in sede maiestátis suæ, sedébitis et vos super sedes duódecim, iudicántes duódecim tribus Israël. Et omnis, qui relíquerit domum, vel fratres, aut soróres, aut patrem, aut matrem, aut uxórem, aut fílios, aut agros, propter nomen meum, céntuplum accípiet, et vitam ætérnam possidébit. 

(Vangelo secondo Matteo 19, 27 - 29)

Traduzione:

In quel tempo Pietro disse a Gesù: «Ecco noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che cosa adunque avremo noi?». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: Voi che mi avete seguito, nella rigenerazione, quando il Figlio dell'uomo sederà sul trono della sua gloria, sederete anche voi sopra dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele. E chiunque avrà lasciato casa, fratelli o sorelle, o padre o madre, o moglie o figli, o campi per amore del nome mio, riceverà il centuplo e possederà la vita eterna».

mercoledì 20 gennaio 2010

20 gennaio: SS Fabiano e Sebastiano martiri


Affresco dei SS Rocco, Fabiano e Sebastiano, chiesa di San Pietro a Benna (Biella).



Due grandi Martiri si dividono gli onori di questo giorno: l'uno Pontefice della Chiesa di Roma; l'altro, fedele di questa Chiesa Madre. Fabiano ricevette la corona del martirio nell'anno 250, sotto la persecuzione di Decio; quella di Diocleziano incoronò Sebastiano nel 288. Considereremo separatamente i meriti di questi due atleti di Cristo.
Dietro l'esempio dei suoi predecessori san Clemente e sant'Antero, il Papa Fabiano ebbe particolare cura di far redigere gli Atti dei Martiri; ma la persecuzione di Diocleziano, che ha fatto sparire un gran numero di quei preziosi monumenti, ci ha privati del racconto delle sue sofferenze e del suo martirio. Solo alcuni particolari della sua vita pastorale sono giunti fino a noi; ma possiamo farci una idea delle sue virtù dall'elogio che fa di lui san Cipriano, il quale lo chiama uomo incomparabile in una lettera scritta al Papa san Cornelio successore di Fabiano. Il vescovo di Cartagine celebra anche la purezza e la santità della vita del Pontefice, che dominò con fronte serena le tempeste da cui fu agitata la Chiesa al suo tempo. È bello contemplare questo capo tranquillo e venerabile su cui andò a posarsi una colomba per indicare il successore di Pietro, il giorno in cui il popolo e il clero di Roma erano radunati per l'elezione del Papa, dopo il martirio di Antero. Quel riferimento a Cristo designato come Figlio di Dio nelle acque del Giordano dalla divina colomba, rende ancora più sacro il sublime carattere di Fabiano. Depositario del potere di rigenerazione che risiede nelle acque dopo il battesimo di Cristo, egli ebbe a cuore la propagazione del Cristianesimo; e fra i Vescovi che consacrò per annunciare la fede in vari luoghi, la Chiesa delle Gallie ne riconosce parecchi come suoi principali fondatori.
Così sono passati i giorni del tuo Pontificato, lunghi e tempestosi, o Fabiano! Ma, presagendo l'avvenire pacifico che Dio riservava alla sua Chiesa, non volevi che i magnifici esempi dell'era dei Martiri andassero perduti per i secoli futuri, e la tua sollecitudine vegliava alla loro conservazione. Le fiamme ci hanno sottratto gran parte dei tesori che tu avevi raccolti per noi e possiamo ricostruire appena pochi particolari della tua stessa vita; ma ne sappiamo abbastanza per lodare Dio di averti scelto in quei tempi difficili, e per celebrare oggi il glorioso trionfo che riportò la tua costanza. La colomba che ti indicò come l'eletto del cielo, posandosi sul tuo capo, ti designava come il Cristo visibile sulla terra, ti votava alle cure apostoliche e al martirio e ammoniva tutta la Chiesa di riconoscerti e di ascoltarti. Tu dunque, o santo Pontefice, che hai avuto questo aspetto di rassomiglianza con l'Emmanuele nel mistero dell'Epifania, pregalo per noi affinché si degni di manifestarsi sempre più alle nostre menti e ai nostri cuori.
Dopo gli Apostoli Pietro e Paolo, che formano la sua maggior gloria, Roma iscrive all'inizio dei suoi fasti i suoi due più valorosi martiri Lorenzo e Sebastiano, e le sue due più illustri vergini, Cecilia ed Agnese. Ora, ecco che il tempo di Natale esige, per far onore al Cristo che nasce, una parte di questa nobile corte. Lorenzo e Cecilia appariranno a loro volta per accompagnare altri misteri; oggi, è chiamato a prestare il suo servizio presso l'Emmanuele il capo della coorte pretoriana, Sebastiano; domani sarà Agnese ad essere ammessa presso lo Sposo divino che ha preferito a tutto.
Si immagini un giovane il quale si sottrae a tutti i legami che lo trattenevano a Milano, patria sua, per il solo motivo che la persecuzione non vi imperversava con abbastanza rigore, mentre a Roma la tempesta è nel pieno della sua violenza (cfr. il XX discorso di sant'Ambrogio sul Sal 118 - PL 15, c. 1497). Teme per la costanza dei Cristiani; ma sa che, più d'una volta, i soldati di Cristo, coperti dell'armatura dei soldati di Cesare, si sono introdotti nelle prigioni ed hanno rianimato il coraggio dei confessori. È la missione a cui egli aspira, aspettando il giorno in cui potrà egli stesso cogliere la palma. Viene dunque a sostenere quelli che le lacrime dei genitori avevano scossi; i carcerieri cedendo alla forza della sua fede e dei suoi miracoli, affrontano il martirio, e perfino un magistrato romano chiede di essere istruito nella dottrina che dà tanto potere agli uomini. Ricolmo dei segni del favore di Diocleziano e di Massimiano Ercole, Sebastiano dispone a Roma d'un'influenza così salutare per il Cristianesimo, che il papa Caio lo proclama il Difensore della Chiesa.
Dopo aver inviato al cielo innumerevoli martiri, l'eroe ottiene infine la corona, oggetto dei suoi desideri. Con la sua coraggiosa confessione incorre nella disgrazia di Diocleziano, al quale preferisce l'Imperatore celeste che unicamente aveva servito sotto l'elmo e la clamide. È consegnato agli arcieri di Mauritania che lo spogliano, lo legano e lo colpiscono con le loro frecce. Se le pie cure di Irene lo richiamano alla vita, è solo per spirare sotto i colpi, in un ippodromo attiguo al palazzo dei Cesari.
Questi sono i soldati del nostro neonato Re; ma con quale sollecitudine li onora la sua munificenza! Roma cristiana, capitale della Chiesa, sorge su sette Basiliche principali, come l'antica Roma su sette colli; il nome e la tomba di Sebastiano decorano uno di quei sette santuari. Fuori le mura della città eterna, sulla via Appia, sorge nella solitudine la Basilica di S. Sebastiano. Vi è custodito il corpo di san Fabiano; ma i primi onori di quel tempio sono per il soldato che aveva voluto essere seppellito in quel luogo, come un servo fedele, presso il pozzo in fondo al quale furono nascosti per parecchi anni i corpi dei santi Apostoli, quando bisognò sottrarli alle ricerche di persecutori.
In cambio dello zelo di san Sebastiano per le anime dei fedeli che egli tanto desiderò preservare dal contagio del paganesimo, Dio gli ha concesso di essere l'intercessore del popolo cristiano contro il flagello della peste. Questo potere del santo martire è stato provato fin dal 680, a Roma, sotto il pontificato di sant'Agatone [1].
Valoroso soldato dell'Emmanuele, tu riposi ora ai suoi piedi. Dall'alto del cielo, volgi lo sguardo sulla cristianità che applaude ai tuoi trionfi. In questo periodo dell'anno, tu ci appari come il fedele custode della culla del divino Bambino, e l'ufficio che adempivi alla corte dei principi della terra, lo eserciti ora nel palazzo del Re dei re. Degnati di introdurvi e di proteggervi i nostri voti e le nostre preghiere.
Con quale compiacenza ascolterà le tue preghiere l'Emmanuele che tu hai amato con tanto amore! Nell'ardore di versare il tuo sangue per il suo servizio, non ti basta un volgare teatro; ti ci voleva Roma, questa Babilonia inebriata del sangue dei Martiri - come dice san Giovanni. Ma non volevi solo salire presto in cielo; il tuo zelo per i fratelli ti rendeva inquieto per la loro costanza. Cercavi allora di penetrare nelle oscure prigioni dove essi rientravano sfiniti per le torture; ed andavi a rinsaldare la generosità vacillante. Si sarebbe detto che avessi ricevuto l'ordine di formare la milizia del Re dei cieli, e che non dovessi entrare in cielo se non in compagnia dei guerrieri scelti da te per la custodia della sua persona.
Infine, è giunto il momento in cui devi pensare alla tua stessa corona, è suonata l'ora della confessione. Ma, per un atleta come te, o Sebastiano, non basta un solo martirio. Invano gli arcieri hanno esaurito su di te le loro frecce; ti è rimasta ancora tutta la vita, e la vittima è sempre intatta per una seconda immolazione. Questi furono i cristiani dei primi tempi, e noi siamo i loro figli.
Dunque, o guerriero del Signore, considera l'estrema debolezza dei nostri cuori nei quali languisce l'amore di Cristo; abbi pietà dei tuoi ultimi discendenti. Tutto ci spaventa, tutto ci accascia, e troppo spesso siamo, anche a nostra insaputa, nemici della croce. Dimentichiamo che non possiamo stare insieme con i Martiri, se i nostri cuori non sono generosi come fu il loro. Siamo vili nella lotta contro il mondo e le sue vanità, contro le inclinazioni del nostro cuore e le attrattive dei sensi; e quando abbiamo fatto con Dio una facile pace, sigillata dal pegno del suo amore, crediamo che non ci resti altro che camminare dolcemente verso il cielo, senza prove e senza sacrifici volontari. Sottraici a simili illusioni, o Sebastiano, ridestaci dal nostro sonno, e rianima quindi l'amore che dorme nelle nostre anime.
Difendici dal contagio dell'esempio e dalla padronanza delle massime del mondo che si presentano con un falso volto di cristianesimo. Rendici bramosi della nostra santificazione, vigilanti sulle nostre inclinazioni, zelanti per la salvezza dei nostri fratelli, amici della croce, e distaccati dal nostro corpo. Per quelle frecce che hanno trafitto le tue membra, allontana da noi i colpi che il nemico vuol vibrarci nell'ombra.
Armaci, o soldato di Cristo, della celeste armatura che ci descrive il grande Apostolo nella sua Lettera agli Efesini (6, 13-17); metti sul nostro cuore la corazza della giustizia, che lo difenderà contro il peccato; copri il nostro capo coll'elmo della salvezza, cioè con la speranza dei beni futuri, speranza che è ugualmente lontana dall'inquietudine e dalla presunzione; poni al nostro braccio lo scudo della fede, duro come il diamante e contro il quale verranno ad infrangersi le tentazioni del nemico che vorrebbe sviare la nostra mente per sedurre il nostro cuore; e poni infine nella nostra mano la spada della parola di Dio, con la quale distruggeremo tutti gli errori e rovesceremo tutti i vizi, poiché il cielo e la terra passano, e la Parola di Dio resta, come nostra regola e nostra speranza.
Difensore della Chiesa, così chiamato per bocca d'un santo Papa Martire, leva la tua spada per difenderla ancora. Abbatti i suoi nemici, sventa i loro perversi piani, dacci quella pace che la Chiesa gusta così di rado e durante la quale si prepara a nuove lotte. Benedici le armi cristiane nel giorno in cui dovremo lottare contro i nemici esterni. Proteggi Roma che onora la tua tomba. Salva la Francia, che si gloriò a lungo di possedere una parte delle tue sacre ossa. Allontana da noi i flagelli della peste le malattie contagiose. Ascolta la voce di coloro che, ogni anno, ti implorano per la conservazione degli animali che il Signore ha dato all'uomo per aiutarlo nelle sue fatiche. E infine, con le tue preghiere, assicuraci il riposo della vita presente, ma soprattutto i beni dell'eternità.

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[1] Cosi pure a Milano nel 1573 e a Lisbona nel 1599. La scelta del Vangelo e dell'antifona per il communio deriva da questo potere.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 351-355  

domenica 10 gennaio 2010

10 gennaio: beato Gregorio X (Arezzo)


Zurbaran, Papa Gregorio rende omaggio a San Bonaventura, olio su tela, ora al Museo del Louvre, Parigi.

(foto dal Web)




IN BREVE

Oggi 10 gennaio 2020, si festeggia ad Arézzo, nella Toscana, il beato Gregorio decimo, nativo di Piacènza, il quale, da Arcidiacono di Liégi eletto Sommo Pontefice, celebrò il secondo Concilio di Lione, ricevette i Greci nell'unità della fede, compose i dissidi dei cristiani, deliberò la riconquista della Terra Santa e si rese sommamente benemerito di tutta la Chiesa, che governò santissimamente.
Siamo agli inizi del 1271, e si fatica a trovare un successore di Papa Clemente IV, morto il 29 novembre 1268. Riuniti in conclave a Viterbo da oltre due anni, i cardinali non riescono ad accordarsi a causa dei veti incrociati posti dalle dinastie angioina (Francia) e sveva (Germania), allora intente a contendersi la nostra penisola. Vane si rivelarono le pressioni esercitate dai magistrati di Viterbo, tanto da rendersi necessaria una sorta di insurrezione popolare che portò a tagliare i viveri ai cardinali ed a scoperchiare il tetto del palazzo.
Nessuno dei cardinali papabili risultava gradito ad ambo le fazioni, ma un’idea del grande Dottore francescano, San Bonaventura, lasciò intravedere uno spiraglio: “Facciamo Papa uno che non sia cardinale”. Fu così che il 1° settembre 1271 venne eletto al soglio pontificio Tedaldo Visconti. Era nato a Piacenza nel 1210, non era neppure sacerdote, pur avendo la dignità di arcidiacono di Liegi ed essendo stato segretario di cardinali, nonché diplomatico esperto. Al momento dell’elezione si trovava in Palestina, cappellano dei crociati, dove lo raggiunsero i messaggeri onde comunicargli la sbalorditiva notizia; “Ti hanno fatto Papa, devi venire a Roma!”. Solo il 27 marzo seguente poté a Roma essere consacrato vescovo ed incoronato Papa, assumendo il nome di Gregorio X.
Anziché rimanere vittima delle lotte tra fazioni, suo ambizioso programma fu la liberazione della Terra Santa, impegnando in questa impresa i cristiani d’Oriente e Occidente, già lacerati da secolari divisioni. Onde ricomporre le divisioni tra i cristiani e raggiungere l’ambizioso obiettivo, convocò il secondo Concilio Ecumenico di Lione, cui presero parte anche i rappresentati Ortodossi. Papa Gregorio X scelse come suoi teologi San Tommaso d'Aquino, che morì prima di arrivare, e San Bonaventura da Bagnoregio, che invece morì a Lione.
Fu stabilita la riunificazione delle Chiese, che però non si concretizzò nei fatti. Si teorizzò una nuova crociata, ma non si giunse a liberare proprio nulla. Il papa avrebbe desiderato parteciparvi in prima persona, ma morì presso Arezzo nel viaggio di ritorno a Roma il 10 gennaio 1276, ormai stanco ed ammalato.
Uomo delle grandi imprese non adempiute, non manco però il fiorire di uno spontaneo culto popolare verso la sua figura a Liegi, Lione, Piacenza e Arezzo, meritandogli così la beatificazione da parte di Clemente XI nel 1713. Le sue reliquie riposano ancora oggi nella cattedrale di Arezzo.