sabato 29 febbraio 2020

29 febbraio: san Romano di Condat


(foto dal Web)

DAL MARTIROLOGIO

Nel territorio di Lione, sul Giura, la deposizione di san Romàno Abate, il quale ivi per primo condusse vita eremitica, e, illustre per molte virtù e miracoli, fu in seguito Padre di moltissimi Monaci.
Il monachesimo fu uno dei pii, larghi e fecondi movimenti religiosi, che producessero effetti di spirituale perfezione e insieme di civile progresso.
Per questo la schiera dei Santi monaci è quasi sterminata. Riempie di luce i secoli più bui del Medioevo; lievita la vita di quella società che sembrava oppressa dalla più torva barbarie.
San Romano fa parte della grande famiglia dei monaci francesi, perché la Francia, subito dopo l'Italia, fu la terra propizia al monachesimo.
E ciò si spiega col fatto che il monachesimo, per quanto movimento squisitamente cristiano, s'innestava sulla parte migliore della romanità, accogliendo quegli elementi di civiltà latina, che i barbari distruggevano ovunque, ma che non riuscivano a cancellare nell'ambito di quella grande casa romana costituita dal monastero. Ecco perché il monachesimo si propagò e attecchì facilmente nei paesi più fedeli alla tradizione romana.
Il Santo di oggi, per quanto francese, fu Romano di nome e di spirito. Entrò giovane nell'abbazia d'Ainay, presso Lione, ma poco dopo ne uscì, con l'autorizzazione dell'Abate. Non che gettasse, come si suol dire, il saio all'ortiche. Uscì dal monastero per desiderio di maggiore perfezione spirituale. Infatti si ritirò solitario sui monti del Giura, dove sperò di passare i suoi giorni nella penitenza e nella preghiera.
Ma la luce fa lume, e la fama del monaco Romano condusse a lui altre anime aspiranti alla perfezione. Il primo fu suo fratello Lupicino, che lo raggiunse sui monti. A lui si unirono altri fuggiaschi dal monda, ma non dalla vita spirituale. Nacque così la celebre abbazia di Condat, che presto s'empì di monaci.
San Romano fu costretto a fondare un altro monastero, a Leucone, poi un terzo, che prese il nome di Saint Romain de la Roche. In questi monasteri si ebbe la novità di una specie di diarchia, perché San Romano volle dividere il governo dell'Abbazia col fratello Lupicino.
Egli era troppo dolce, per reggere con fermezza il pastorale dell'Abate. Aveva bisogno del soccorso del fratello Lupicino, più severo e rigoroso. La devozione dei due Santi fratelli, oltre che nell'istruzione e formazione dei discepoli e nella fondazione di nuovi monasteri, si manifestava nei loro frequenti pellegrinaggi verso i santuari dei Martiri.
Una volta, recandosi insieme ad Agaunio, per pregare sulla tomba di San Maurizio e dei suoi militi dell'eroica Legione Tebea, giunti nel territorio di Ginevra, si fermarono, per trascorrere la notte, in una capanna abbandonata. Dopo poco però, giunsero due poveri lebbrosi, che erano stati a raccogliere la legna. La capanna era il rifugio di quegli infelici, reietti dal mondo e schivati da tutti. Passata la prima, reciproca sorpresa, si vide il monaco Romano abbracciare con affettuoso trasporto i due sofferenti, fratelli in Cristo. E accanto a loro, Romano e Lupicino trascorsero la notte.
Solo quando si furono allontanati, la mattina dopo, i due lebbrosi si accorsero con gioia di essere stati mondati dal loro male, e tutta la città di Ginevra, quando il fatto venne risaputo, tributò commossi onori ai due pellegrini. La diarchia, cioè la collaborazione tra i due fratelli nel governo dei monasteri da loro fondati, si sciolse soltanto con la morte di San Romano, avvenuta alla fine del V secolo, quando egli aveva settant'anni, e quando ormai le montagne del Giura erano letteralmente cosparse di Abbazie nelle quali, insieme con la fede, si salvava la civiltà occidentale.

mercoledì 26 febbraio 2020

Mercoledì delle Ceneri a Roma


Santa Messa pontificale con conferimento delle Ceneri presso la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini (Roma).
Celebrante mons G.Pozzo.

(photo by FSSP FANS)




VANGELO

In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Cum ieiunátis, nolíte fíeri, sicut hypócritæ, tristes. Extérminant enim fácies suas, ut appáreant homínibus ieiunántes. Amen, dico vobis, quia recepérunt mercédem suam. Tu autem, cum ieiúnas, unge caput tuum, et fáciem tuam lava, ne videáris homínibus ieiúnans, sed Patri tuo, qui est in abscóndito: et Pater tuus, qui videt in abscóndito, reddet tibi. Nolíte thesaurizáre vobis thesáuros in terra: ubi ærúgo et tínea demólitur: et ubi fures effódiunt et furántur. Thesaurizáte autem vobis thesáuros in coelo: ubi neque ærúgo neque tínea demólitur; et ubi fures non effódiunt nec furántur. Ubi enim est thesáurus tuus, ibi est et cor tuum.

(Vangelo secondo Matteo 6, 16 - 21)

Traduzione:

In quel tempo: Disse Gesù ai suoi discepoli: Quando digiunate non fate i malinconici, come gli ipocriti, che sfigurano il proprio volto per far vedere agli uomini che digiunano. In verità, vi dico che hanno già ricevuta la loro ricompensa. Ma tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati la faccia: che il tuo digiuno sia noto, non agli uomini, ma al Padre tuo celeste, il quale sta nel segreto: e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa. Non cercate di accumulare tesori sopra la terra, dove la ruggine e la tignola consumano, e dove i ladri disotterrano e rubano. Procurate di accumulare tesori nel cielo, dove la ruggine e la tignola non consumano, e dove i ladri non disotterrano e non rubano. Poiché dov’è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore.


Ricordiamo che nell'Urbe da oggi, 
come da immemore tradizione, inizia la serie delle Stationes Quaresimali con la Statio alla Basilica di Santa Sabina all'Aventino,
a cura della Pontifica Accademia Cultorum Martyrum.

Quì il link al loro sito internet


AGGIORNAMENTO: 
Le Stazioni Quaresimali, in virtù delle restrizioni dirette al contrasto del "coronavirus" e prese dal Vicariato di Roma, sono da ritenersi SOSPESE a partire dal 9 marzo 2020.

lunedì 24 febbraio 2020

Un'altra finestra sul (buio?) Medioevo.. (n.13)


Giudizio Universale da Santa Maria del Casale (Brindisi), 
XIV secolo.

(photo by Santi Italogreci)


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Per saperne di più

Santa Maria del Casale sorge in bella posizione, isolata e solitaria, nella campagna brindisina. Una lingua di mare la separa dal centro di Brindisi. Il vicinissimo aeroporto l’ha paradossalmente preservata dal rischio di essere ingoiata dalla dilagante urbanizzazione. La visita della chiesa è appagante per gli appassionati d’arte che possono ammirare l’esteso ciclo di affreschi che ne riveste l’interno. E al top si colloca la grande visione del Giudizio universale che Rinaldo da Taranto ha affrescato nel 1319 sulla controfacciata. I modelli e le geometrie sono ancora quelli del canone di Bisanzio, ma qui e là si colgono guizzi di novità che l’avvicinano ai gusti occidentali. La visione del giudizio si articola lungo quattro fasce orizzontali. La prima fascia in alto è dedicata al tribunale celeste. La seconda fascia, più movimentata, racconta la risurrezione dei morti. Il portone centrale separa in due parti distinte le fasce inferiori dell’affresco. A sinistra sono descritti il corteo dei beati (terza fascia) e il Paradiso (quarta fascia). A destra domina invece l’Inferno, per sua natura regno del caos e dove Rinaldo ha cercato di riportare un po’ d’ordine.
Il tribunale celeste è costituito dai dodici apostoli che siedono a fianco del Cristo giudice. L’immagine di Gesù e degli intercessori Maria e Giovanni è in parte svanita. Restano tuttavia visibili il trono regale e l’esibizione delle piaghe dei chiodi. Gli apostoli siedono su una lunga panca finemente intagliata, con lo schienale rivestito di stoffa damascata e poggiano i piedi su un pavimento di ceramica composto di piccole tessere romboidali. Al tribunale celeste fanno corona gli angeli, suddivisi nei sette cori, ciascuno individuato dai tradizionali attributi.
Il secondo registro si articola su più scene. Al centro è l’etimasia: il varco a mandorla aperto nei cieli è sostenuto da sei angeli; sull’altare rivestito di panno fanno apparizione le arma Christi, la croce, la canna con la spugna dell’aceto e la lancia di Longino; ai lati dell’altare Adamo ed Eva sono inginocchiati con le mani aperte nella preghiera. La seconda scena è quella della fine del mondo: due angeli strappano il cielo con gli astri e le stelle chiudendo così il ciclo del tempo e segnando l’inizio dell’eternità. La terza scena vede protagonisti due angeli che suonano le trombe per risvegliare i morti e portarli al giudizio. La quarta scena è l’apertura dei libri che contengono la storia degli uomini e l’elenco delle opere, buone e cattive, che loro hanno compiuto. La quinta scena è quella della risurrezione dei morti, descritta con accuratezza: sono chiamate a rivivere le ossa aride stivate in due ossari circolari; i morti inumati nei sepolcri si risvegliano, sollevano i coperchi dei sarcofaghi ed escono festanti; risorgono poi i morti in mare, annegati nei naufragi delle navi e restituiti dagli squali che li hanno divorati; come pure risorgono i morti di terra, vomitati dalle fiere, dai mostri e dalle bestie feroci.
L’ordine logico del palinsesto del Giudizio universale prevede a questo punto la scena della pesatura delle anime, collocata abitualmente al centro del dipinto. Qui a Brindisi la psicostasia è stata invece spostata a destra per la mancanza di spazio, creando qualche problema di sovrapposizione tra i flussi divergenti dei beati e dei dannati. Il giudizio dei singoli risorti è affidato all’arcangelo Michele che utilizza una bilancia a due piatti per pesare le opere buone e cattive. L’arcangelo non veste qui l’armatura del capo delle milizie celesti ma il fastoso abito del dignitario bizantino. Il pittore ha risolto i problemi causati dal ridotto spazio a disposizione sintetizzando la figura dei risorti in piccole testine a forma di boccia. Le testine dei beati sono raccolte amorosamente dagli angeli dentro teli di lino e portate in cielo; altre testine ascendono solitarie in cielo come palloncini aerostatici sollevati dallo spirito divino.
Il Paradiso si presenta sotto due volti. Il primo è quello dal corteo dei beati che procede processionalmente verso il re dell’universo, costituito da quattro gruppi: il primo è quello delle donne sante tra cui spiccano le regine e le vergini consacrate; segue il gruppo dei religiosi dalla testa tonsurata; ci sono poi i vescovi e infine i martiri. La seconda immagine paradisiaca è quella dell’Eden, del primordiale paradiso terrestre, raffigurato come un giardino ricco di cespugli fioriti e di alberi simbolici come la palma, il fico, il melograno e il ciliegio; nel giardino siedono i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, con le anime dei beati raccolte nel grembo; secondo la pagina del vangelo di Luca l’anima festosa di del povero Lazzaro è accolta nel seno di Abramo e agita i fiori edenici. Il giardino è chiuso e la sua porta è vigilata da un cherubino armato di spada fiammeggiante, dopo la cacciata dei nostri progenitori a causa del loro peccato originale; ma ora, con il ritorno di Cristo, ristabilita l’alleanza, San Pietro riapre la porta e vi introduce Disma, il buon ladrone morto in croce sul Golgota, cui Gesù ha promesso la gioia del paradiso.
In opposizione al Paradiso è mostrata la visione dell’Inferno. Esso è alimentato da un fiume di fuoco che proviene dai piedi del Cristo giudice. Un gorgo del fiume infernale è il luogo di tormento del ricco Epulone, che invano chiede ad Abramo una goccia d’acqua per calmare l’arsura della lingua. I reietti condannati dalla bilancia di Michele, da singoli o in gruppo, vengono rudemente accompagnati all’inferno. In un caso è un enorme angelo sterminatore di colore rosso ad accanirsi con un forcone contro gli eresiarchi (Ario, Nestorio e Sabellio) e contro le religiose infedeli ai loro voti. Negli altri casi sono diavoletti alati, di colore scuro, a procedere alle operazioni di polizia penitenziaria. Ne fanno le spese peccatori di tutte le risme, senza differenze di rango e di status: si riconoscono re coronati e grassi abati, dediti ai vizi della superbia e della gola; ma anche un modesto taverniere viene punito per il suo vizietto di adulterare le bevande; mentre un’accidiosa coppia di “dormiglioni della domenica” viene snidata nel letto matrimoniale. Tre cubicula di un purgatorio stereometrico accolgono peccatori a diversi stadi di purificazione tramite il fuoco. Sul fondo dell’Inferno, assiso sul lago di fuoco, c’è un Lucifero incatenato, dal repellente volto di cinghiale, che coccola tra le mani il traditore per eccellenza, Giuda. Ai suoi lati spuntano dragoni affamati che si disputano la carne da macello offerta dai diavoli.
A sugello della composizione, nell’architrave della porta d’ingresso, si legge la firma dell’artista: Rinaldus de Tarento.

domenica 23 febbraio 2020

Domenica di Quinquagesima ad Ancignano di Sandrigo (Vicenza)


Santa Messa letta con cantici alle ore 17:00 presso la chiesa di San Pancrazio ad Ancignano di Sandrigo (Vicenza), preceduta dalla recita del Santo Rosario alle ore 16:30.
Celebrante don Joseph Kramer FSSP.

(photo by Alessandro Franzoni)




VANGELO

In illo témpore: Assúmpsit Iesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Ierosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradétur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Iéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Iesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Iesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Iesus, iussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Iesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.

(Vangelo secondo Luca 18, 31 - 43)

Traduzione:

In quel tempo: Gesù prese a parte i dodici e disse loro: Ecco, andiamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto dai profeti sul Figlio dell’uomo. Poiché sarà dato nelle mani della gente e sarà scernito, flagellato e sputato: e dopo che l’avranno flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà. Ed essi non compresero nulla di tutto questo, un tal parlare era oscuro per essi e non comprendevano quel che diceva. E avvenne che, avvicinandosi a Gerico, un cieco se ne stava sulla strada mendicando. E udendo la folla che passava, domandava cosa accadesse. Gli dissero che passava Gesù Nazareno. E quegli gridò e disse: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me. E quelli che andavano avanti lo sgridavano perché tacesse. Ma egli gridava sempre più: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me. E Gesù, fermatosi, ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, lo interrogò dicendo: Cosa vuoi che ti faccia? E quegli disse: Signore, che io vegga. E Gesù gli disse: Vedi, la tua fede ti ha salvato. E subito vide, e lo seguiva: magnificando Dio. E tutto il popolo, vedendo ciò, rese lode a Dio.


mercoledì 19 febbraio 2020

Un'altra finestra sul (buio?) Medioevo.. (n.12)


Affreschi staccati con storie di Sant'Orsola, di Tommaso da Modena (metà XIV secolo).
Dal Museo di Santa Caterina a Treviso.

(photo by Nicola de Grandi)






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Un’antica leggenda animata da grande realismo e dinamicità: le celebri Storie di Sant'Orsola di Tomaso da Modena sono uno dei capolavori assoluti dell'arte italiana del Trecento (1355-58 circa), senza dubbio l’opera più importante e significativa del Maestro e la più preziosa che possa vantare Treviso. Furono scoperti nel 1882 dall'abate Luigi Bailo in una cappella della chiesa trevigiana di Santa Margherita degli Eremitani, chiesa già sconsacrata, adibita a stalla e maneggio militare, di cui si era iniziata la parziale demolizione. Fra l'indifferenza generale, incalzato e intralciato dai demolitori, con il solo aiuto dei giovani trevigiani Antonio Carlini e Girolamo Botter, attuando empiricamente la tecnica dello stacco visti i pochi mezzi a disposizione, Bailo riuscì miracolosamente a salvare pressoché integralmente il capolavoro di Tomaso, trasferendo l'intonaco dipinto su telai lignei mobili. Riuscì così a portare l’intero ciclo delle Storie di Sant'Orsola in museo, insieme ad altre pitture della stessa chiesa, per un totale sbalorditivo di circa 120 metri quadrati di affresco staccato, uno dei più grandi della storia.

martedì 18 febbraio 2020

Un'altra finestra sul (buio?) Medioevo.. (n.11)


Gli splendidi mosaici della cappella di Sant'Isidoro presso la basilica di San Marco a Venezia (metà XIV secolo).

(photo by Alessandro Franzoni)






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La cappella di S. Isidoro, situata al lato dal transetto nord, ha la forma semplice di un rettangolo coperto da volta a botte interamente rivestita di mosaici. Voluta come il battistero dal doge Andrea Dandolo fu compiuta il 10 luglio 1355, come afferma l'iscrizione della lunetta sopra l'altare. La parete, cui si addossa l'altare, è rivestita di preziosi marmi orientali. Ai lati sopra due piccole mensole due eleganti figure rappresentano L'Annunciazione. Sopra la tomba marmorea è scolpita la figura di S. Isidoro, vegliato da un angelo incensiere. Sui mosaici della volta sono narrati in due ordini sovrapposti episodi della vita di S. Isidoro nell'isola di Chio e il trasporto del corpo del Santo a Venezia nel 1125 dal doge Domenico Michielo. Sulla lunetta sopra l'altare: Cristo tra S. Marco e S. Isidoro; su quella della parete opposta: La Vergine tra S. Giovanni Battista e S. Nicola. I mosaici delle due lunette sono più legati alla tradizione iconografica bizantina, più aperti ad influssi occidentali sono invece le realistiche narrazioni delle storie di S. Isidoro.

domenica 16 febbraio 2020

Domenica di Sessagesima a Padova


Santa Messa letta con cantici alle ore 11:00 presso la chiesa di San Canziano (Vulgo santa Rita) in centro a Padova, presso la Piazza delle Erbe.
Celebrante don S.Zorzi.

(photo by Alessandro Franzoni)






VANGELO

In illo témpore: Cum turba plúrima convenírent, et de civitátibus properárent ad Iesum, dixit per similitúdinem: Exiit, qui séminat, semináre semen suum: et dum séminat, áliud cécidit secus viam, et conculcátum est, et vólucres coeli comedérunt illud. Et áliud cécidit supra petram: et natum áruit, quia non habébat humórem. Et áliud cécidit inter spinas, et simul exórtæ spinæ suffocavérunt illud. Et áliud cécidit in terram bonam: et ortum fecit fructum céntuplum. Hæc dicens, clamábat: Qui habet aures audiéndi, audiat. Interrogábant autem eum discípuli eius, quæ esset hæc parábola. Quibus ipse dixit: Vobis datum est nosse mystérium regni Dei, céteris autem in parábolis: ut vidéntes non videant, et audientes non intéllegant. Est autem hæc parábola: Semen est verbum Dei. Qui autem secus viam, hi sunt qui áudiunt: déinde venit diábolus, et tollit verbum de corde eórum, ne credéntes salvi fiant. Nam qui supra petram: qui cum audierint, cum gáudio suscipiunt verbum: et hi radíces non habent: qui ad tempus credunt, et in témpore tentatiónis recédunt. Quod autem in spinas cécidit: hi sunt, qui audiérunt, et a sollicitudínibus et divítiis et voluptátibus vitæ eúntes, suffocántur, et non réferunt fructum. Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et óptimo audiéntes verbum rétinent, et fructum áfferunt in patiéntia.

(Vangelo secondo Luca 8, 4 - 15)

Traduzione:

In quel tempo: radunandosi grandissima turba di popolo, e accorrendo gente a Gesù da tutte le città. Egli disse questa parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza: e nel seminarla parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli dell’aria la divorarono; parte cadde sopra le pietre, e, nata che fu, seccò, perché non aveva umore; parte cadde fra le spine, e le spine che nacquero insieme la soffocarono; parte cadde in terra buona, e, nata, fruttò cento per uno. Detto questo esclamò: Chi ha orecchie per intendere, intenda. E i suoi discepoli gli domandavano che significasse questa parabola. Egli disse: A voi è concesso di intendere il mistero del regno di Dio, ma a tutti gli altri solo per via di parabola: onde, pur vedendo non vedano, e udendo non intendano. La parabola dunque significa questo: La semenza è la parola di Dio. Ora, quelli che sono lungo la strada, sono coloro che ascoltano: e poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, perché non si salvino col credere. Quelli caduti sopra la pietra, sono quelli che udita la parola l’accolgono con allegrezza, ma questi non hanno radice: essi credono per un tempo, ma nell’ora della tentazione si tirano indietro. Semenza caduta tra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma a lungo andare restano soffocati dalle sollecitudini, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non portano il frutto a maturità. La semenza caduta in buona terra indica coloro che in un cuore buono e perfetto ritengono la parola ascoltata, e portano frutto mediante la pazienza.

sabato 15 febbraio 2020

Un Arco di Trionfo per Pio VII


Roma sparita, in questa foto del 1857, possiamo vedere tra le due chiese di Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, l’Arco di Trionfo, temporaneo, costruito all'inizio di Via del Corso, non più esistente. Fu eretto in occasione dell' ingresso in Roma, di Pio VII, il 3 Luglio 1800.

giovedì 13 febbraio 2020

Santa Messa di Requiem ad Ancignano di Sandrigo (Vicenza)



Santa Messa cantata di Requiem con Assoluzione al Tumulo per il riposo dell'anima di don Pierangelo Rigon (+17/02/2016) nel suo quarto anniversario presso la chiesa di San Pancrazio ad Ancignano di Sandrigo (Vicenza).
Celebrante don D.Saron CO.
E' intervenuta la Schola Cantorum "Laetificat juventutem meam" che ha proposto alcuni brani dal Requiem op.48 di G.Fauré e alcuni brani dal Proprio gregoriano.

(photo by Alessandro Franzoni)





Il Requiem di Gabriel Fauré – compositore contemporaneo di Claude Debussy, Maurice Ravel e Camille Saint Saens, protagonista dell’arte francese all’alba del Novecento – è una musica di luminosità intensa, di serenità e leggerezza, che scavalca la sofferenza e la morte, le libera dal peso del terrore e dell’angoscia, e le guarda come dal Paradiso, da una prospettiva escatologica, senza pathos, senza fragore. Come se ci fossero soltanto la vita e poi la trasfigurazione. Come se Fauré avesse saltato il buio, il dramma dell’ultimo istante. E’ un Requiem senza paura, senza dolore. Una sorta di “berceuse”, dunque una ninna nanna, funebre. Com’è stato osservato in modo acuto dal musicologo Marco Bernabei, «il Requiem di Fauré è nostalgia della vita piuttosto che terrore della morte, quasi che fossero i morti a cantare per i vivi, e non viceversa».  Quale migliore omaggio dunque per il nostro caro don Pierangelo!

(Dal foglietto "Placeat")



martedì 11 febbraio 2020

Caravaggio, cuore mariano della Lombardia


(photo by Paolo La Rosa)


Quando Giulio Cesare tornò dalla vittoriosa campagna di Gallia per fare ritorno a Roma, fece sosta nella Gera d’Adda. Qui sostò qualche tempo per rimettere in salute i suoi soldati infermi, la cui guarigione venne favorita dalla salubrità dell’aria. Il territorio nel quale i Romani presero dimora divenne una colonia, che prese il nome di Caravaggio, per via dei carri che trasportavano uomini e vettovaglie. Questo luogo, nel corso della sua storia, avrebbe visto fermarsi sulle sue strade un numero infinito di carri di ogni genere, più precisamente a partire dal 26 maggio 1432.

In questo giorno una contadina del luogo, Giannetta de Vacchi, si era recata poco prima del tramonto in contrada Mazzolengo, poco più di un miglio a sud del centro abitato, per fare erba per le sue bestie. Ne aveva raccolta tanta, e mentre si accingeva a ritornare a casa, una bellissima Signora le apparve ai suoi occhi. La pia Giannetta la riconobbe immediatamente, e la Vergine la invitò ad inginocchiarsi e a pregare con Lei. Giannetta protestò che doveva andare: era tardi e doveva nutrire i suoi animali ed inoltre non voleva incorrere nelle ire del marito, Francesco Varoli, uomo violento e dedito all’alcool.

La Madre di Dio le pose una mano sulla spalla e Giannetta cadde in ginocchio. In quel momento, laddove la Vergine aveva posato i piedi, scaturì una fonte d’acqua che ha dato il nome al santuario, Santa Maria della Fonte di Caravaggio.

La Vergine parlò così a Giannetta: Ascolta o figlia, e diligentemente attendi a quello che or sono per dirti, e a quanti potrai, tu stessa farai note le parole mie, e i miei sentimenti, o le farai con il mezzo d’ altri manifeste. La puzza de’ peccati del Mondo salita alle narici del mio unigenito Figliuolo Gesù Cristo l’avevano per modo riempito di giustissimo sdegno, che già con il fulmine alla mano era per distruggere l’umana generazione. Per sette continui anni ho io frapposte le mie intercessioni, e preghiere, in virtù delle quali si è finalmente placato, Tu dunque Giovannetta farai a tutti manifesto, che per un tanto beneficio conseguito a mia intercessione digiuni ognuno il giorno di Venerdì in pane ed acqua , e ciò ad onore del mio dilettissimo Figliuolo; e tutti parimente in mia memoria, e culto festeggino il Sabato dopo il Vespro richiedendo io questo in atto di gratitudine, e ricompensa per la singolarissima grazia col mio mezzo ottenuta.

Giovannetta, così veniva chiamata in paese, si schernì sentendosi inadeguata ad annunciare un tale messaggio, col rischio di non essere creduta da nessuno o peggio, di essere considerata pazza e derisa da tutti. No – le rispose Maria – levati, e non temere, vanne al Castello, narra, racconta, spiega quello, che vedesti, ed udisti, che confermerò io stessa con segni, e miracoli le tue parole; non oserà alcuno contraddirti. E questo luogo , in cui ora mi vedi, diverrà così celebre , e famoso , che risplendendo per innumerabili Miracoli chiamerà alla sua venerazione non solo il volgo, e bassa plebe, ma uomini grandi, nobili, e Principi illustri, diffondendo i raggi delle sue meraviglie, non tanto per l’ Italia, ma per forastieri Provincie, e remote regioni, a segno che con preziosi doni, tutti a gara arricchendolo, si renderà cospicuo a tutta la Cristianità.

E così fu. La fonte miracolosa risanò ogni genere di malati che in quei giorni vi si accostarono. La fama dell’apparizione e del sacro fonte si sparsero velocemente, suscitando curiosità e interesse da parte di tutti. Filippo Maria Visconti, ultimo Duca di quella casata a Milano, volle sentire il racconto di quanto accaduto dalla viva voce di Giovannetta. Dopo qualche rimostranza la veggente acconsentì, sembra su sollecitazione della stessa Vergine Maria, e a palazzo tutti si stupirono della sua umile eloquenza usata nel riferire l’accaduto. Cominciarono ad affluire così le prime donazioni per arricchire la primitiva cappella sorta sul luogo dell’apparizione. La fama di Caravaggio accrebbe rapidamente tanto da arrivare a Costantinopoli, alle orecchie dell’Imperatore d’Oriente Giovanni III Paleologo, devotissimo della Madre di Dio. Questi chiese al Duca di inviarle Giannetta, la quale giunse nella cattedrale di S. Sofia recando dei vasi contenenti l’acqua della fonte di Caravaggio. Furono anche qui numerosi i miracoli di guarigione che l’acqua miracolosa propiziò, così come numerosi furono i doni che Giannetta ricevette dall’Imperatore, i quali contribuirono in modo significativo all’edificazione della chiesa di Caravaggio. Il Santuario venne edificato nella seconda metà del XV secolo, sulle macerie dell’antica primigenia cappella che venne costruita. Fu Pellegrino Tibaldi a disegnarne il progetto, per la cui realizzazione occorsero tre secoli circa. Gli spazi sono enormi: la struttura è lunga 93 metri, è larga 33, mentre la cupola raggiunge l’altezza di 63 metri. La piazza sulla quale si affaccia la basilica è coronata da portici attraversati da 200 arcate simmetriche. Al centro del piazzale vi è una fontana lunga 50 metri, le cui acque raccolgono quelle del sacro Fonte, posto sotto la basilica, per confluire in una piscina posta nel piazzale sud del Santuario. Numerose sono le opere d’arte che lo impreziosiscono, a cominciare dal Sacro Speco, rappresentazione lignea posta sotto l’altare, nella quale viene rappresentata la scena dell’apparizione.

Il numero ingente di miracoli propiziati e la semplicità del messaggio dell’apparizione hanno contribuito da subito a far sì che il santuario lombardo diventasse il cuore mariano della regione e meta di pellegrinaggi da ogni angolo di essa, e non solo. La Gera d’Adda è zona ricca d’acqua, grazie alla quale le sue terre sono da sempre fertilissime. Per accrescere la fertilità delle terre nella zona orientale di Milano, lungo la Cassanese, la strada che congiungeva Milano a Brixia, l’anno successivo all’apparizione a Filippo Maria Visconti venne presentato il progetto del Canale della Martesana, o Naviglio Piccolo, che avrebbe portato le acque dell’Adda da Trezzo fino a Vaprio, per riversarsi quindi nella Molgora. Realizzato nei decenni successivi dagli Sforza, la Martesana avrebbe toccato Milano, per sfociare nella Darsena. Lungo questo canale e lungo le strade ad esso adiacenti, i pellegrini a maggio partivano da Milano e si recavano a Caravaggio. La vita e la morte, la luce e le tenebre, si sono alternate lungo queste acque e queste strade. Alla salubrità dell’aria e alla fecondità dei campi facevano da contraltare i lazzaretti, disseminati lungo il territorio, appena fuori le città, dove venivano raccolti gli appestati. Accanto ad essi abbondavano le foppe o opponi, antesignani dei camposanti, dove veniva data sepoltura a tutti coloro che soccombevano al morbo. Il flagello colpiva all’improvviso, lasciando in breve tempo vuote e desolate case e villaggi. La causa profonda di questo male ha scatenato la fantasia popolare: chi ne attribuiva l’origine alle eclissi e alle comete, e chi come don Ferrante, ne I Promessi Sposi, la attribuiva alla fatal congiunzione di Giove con Saturno.

La risposta a questo enigma la fornisce san Carlo Borromeo, nel 1576, quando affronta con grande coraggio il morbo, vestito con abiti penitenziali, ricoverando i malati ed impartendo loro i sacramenti. Secondo il santo vescovo la peste era un castigo di Dio per scuotere il suo popolo dall’indifferenza religiosa nella quale versava. Per porre fine al flagello san Carlo si adoperò favorendo processioni e preghiere pubbliche. Fece stampare libretti da distribuire a coloro che non erano in grado di uscire dalle loro abitazioni, in modo che tutti potesse pregare e chiedere perdono per i propri peccati. A lui si deve la diffusione delle colonne votive, molto simili ai cruceiros che si trovano lungo i pellegrinaggi maggiori della Cristianità. Poste nelle piazze, nei lunghi periodi di quarantena, le colonne fungevano da altari, per permettere a tutti di assistere alle S. Messa che si celebrava all’aperto, affacciati dalle loro finestre. Fu la processione che si svolse per le vie della città, con in testa il Crocefisso venerato in Duomo e il Sacro Chiodo della Croce, a porre fine a quella peste, ricordata col nome di san Carlo. Di croci di via, innalzate in quell’epoca, ne troviamo ancora oggi a Cernusco, a Gorgonzola, a Inzago, dove san Carlo stesso scelse il luogo ove costruire il lazzaretto, disegnandone anche la forma, e a Cassano d’Adda. Acqua e peste, grazia e peccato. Sembrano essere questi gli elementi essenziali di questo pellegrinaggio devozionale in particolare, ma anche di tutti gli altri. La peste quale segno tangibile del peccato, la cui puzza era salita alle narici di Gesù, come disse la Vergine a Giovannetta. E l’acqua del sacro fonte, che rigenera e risana, come quella battesimale che cancella le tracce del peccato originale, lasciandone solo le conseguenze.

L’acqua la ritroviamo insieme al pane, nel digiuno richiesto il venerdì, a ricordo della Passione di Nostro Signore, per parteciparne sia pure in infima misura. Tale digiuno verrà richiesto in molte apparizioni avvenute successivamente in altri luoghi, da ultimo a Medjugorie. E poi la Vergine a Giannetta anticipa la devozione a Lei dedicata nel giorno di sabato, in attesa del giorno del Signore, che verrà codificata a Fatima, con la pratica dei cinque Sabati.

Caravaggio continua a richiamare ancora oggi migliaia di uomini, donne e famiglie, dalla Lombardia, ma anche da tutta Italia. E’ la semplicità della storia di Giovannetta, insieme alla tenerezza materna di Maria, ad aver richiamato a questo santuario un numero infinito di visitatori che qui vi hanno ritrovato un’atmosfera di celeste familiarità, a ricordarci che il Cristianesimo non è una filosofia nè una morale, ma un rapporto intimo con Gesù, reciso il quale, le fonti della nostra anima rinsecchiscono. Maria le fa sgorgare nuovamente e ci riconduce sempre a Lui: ad Jesum per Mariam, e non si stanca mai di ricordarcelo. In luoghi sacri come questo la puzza del peccato e la peste sembrano definitivamente scomparsi, mondati dalla Grazia che vi si respira e che viene incessantemente elargita.


(di Maurizio Minchella, priore della Confraternita di San Jacopo di Compostela, Capitolo Lombardo)

domenica 9 febbraio 2020

Domenica di Settuagesima ad Oriago di Mira (Venezia)


Santa Messa letta presso la chiesa di San Pietro Apostolo alle ore 16:00 presso la chiesa di San Pietro ad Oriago di Mira (Venezia).

(photo by Alessandro Franzoni)






VANGELO

In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod iustum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi iniúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.

(Vangelo secondo Matteo 20, 1 - 6)

Traduzione:

In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.

Domenica di Settuagesima a Padova


Santa Messa cantata alle ore 11:00 presso la chiesa di San Canziano (vulgo santa Rita) in centro a Padova, presso la Piazza delle Erbe.
Celebrante don S.Zorzi.
Cantore L.Modenese.

(photo by Alessandro Franzoni)






VANGELO

In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod iustum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi iniúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.

(Vangelo secondo Matteo 20, 1 - 6)

Traduzione:

In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.


Omelia:

mercoledì 5 febbraio 2020

lunedì 3 febbraio 2020

San Biagio a Milano


Santa Messa letta presso la chiesa di Santa Maria della Consolazione in Largo Cairoli alle ore 18:00. 
A seguire la tradizionale Benedizione della gola e distribuzione dei panettoni benedetti.
Celebrante p. A.Fiorini OCD.

(photo by Alessandro Franzoni)




Omelia:



domenica 2 febbraio 2020

Purificazione della BVM (Candelora) a Milano


Santa Messa cantata alle ore 9:30, preceduta dalla tradizionale processione, presso la chiesa di Santa Maria della Consolazione (detta Santa Maria al Castello) in Largo Cairoli a Milano.
In detta chiesa si celebra il Rito Ambrosiano Antico dal 1984 per concessione del card C.M.Martini.

(photo by Alessandro Franzoni)




VANGELO (traduzione)

In quel tempo. Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

(Vangelo secondo Luca 2, 22 - 40)