sabato 27 marzo 2010

27 marzo: San Giovanni Damasceno



Colletta

Omnípotens sempitérne Deus, qui, ad cultum sacrarum imáginum asseréndum, beátum Ioánnem coelésti doctrina et admirábili spíritus fortitúdine imbuísti: concéde nobis eius intercessióne et exémplo; ut, quorum cólimus imagines, virtútes imitémur et patrocínia sentiámus. Per Dominum etc..

(Dalla Messa propria)


Traduzione:

O Dio onnipotente ed eterno, che per affermare il culto delle sacre immagini colmasti il beato Giovanni di celeste dottrina e di mirabile forza di spirito; concedici, in grazia della sua intercessione e a suo esempio, di imitare le virtù e di sperimentare il patrocinio dei santi, di cui veneriamo le immagini.


Dall'Udienza generale di Papa Benedetto XVI, 6 maggio 2009:

Cari fratelli e sorelle,
vorrei parlare oggi di Giovanni Damasceno, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre - di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie. La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.
Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.
Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?... E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?... E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.
In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: “Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)” (III, 33, col. 1352 A). Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: “Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero (ennoema ergon) arricchito dalla parola (logo[i] sympleroumenon) e orientato verso lo spirito (pneumati teleioumenon)” (II, 2, PG 94, col. 865A). E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: “Bisogna lasciarsi riempire di stupore (thaumazein) da tutte le opere della provvidenza (tes pronoias erga), tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui (adika), e ammettendo invece che il progetto di Dio (pronoia) va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva (agnoston kai akatalepton) dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro” (II, 29, PG 94, col. 964C). Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.
L’ottimismo della contemplazione naturale (physikè theoria), di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate. Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dalla nostra colpa, “fosse rinforzata e rinnovata” dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’“essere”, ma nel “bene-essere” (cfr La fede ortodossa, II, 1, PG 94, col. 981°). Con trasporto appassionato Giovanni spiega: Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù (didachthenai aretes hodòn), che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo (philanthropias pelagos)…” E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo. Continua Giovanni Damasceno: “Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio” (III, 1. PG 94, coll. 981C-984B).
Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita.

sabato 6 marzo 2010

Visita del card Scola a San Simon Piccolo (Venezia)



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SANTA MESSA VOTIVA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA CON COMMEMORAZIONE DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA IN OCCASIONE DELLA VISITA PASTORALE DI S. EM. REV.MA CARD. ANGELO SCOLA, PATRIARCA DI VENEZIA


Omelia:

1. «Io sono la madre del bell’amore» (Sir 24, 18). In questo modo l’Epistola ci dice che il cuore della Madre è il cuore umano che più partecipa della “perfezione” dell’amore del Figlio Crocifisso. Ne è documento lo Stabat mater cui fa riferimento il Santo Evangelo. Commenta il Proto-patriarca San Lorenzo Giustiniani: «Il cuore della Vergine fu lo specchio della passione di Cristo. Perciò tutti i colpi, tutte le ferite, tutti i dolori del figlio furono rappresentati, riprodotti, rivissuti nel cuore della madre» (De agone cristiano, e. II).
Al Cuore immacolato della Madre di Cristo e madre nostra noi vogliamo immedesimarci in questa azione eucaristica.
2. Essa si svolge nel contesto della Visita Pastorale ormai giunta al suo sesto anno. Il Patriarca ed i suoi collaboratori sostano oggi nella Parrocchia di San Simeone Profeta. Col desiderio ardente di rinnovare la vita del popolo santo di Dio attraverso la Sacra liturgia, l’educazione al pensiero di Cristo, al dono gratuito di sé perché proponga il fascino del seguire Gesù Cristo a tutti i fratelli uomini in ogni ambito dell’umana esistenza, la Visita Pastorale attraversa tutte le realtà ecclesiali del Patriarcato, vicariato dopo vicariato, parrocchia dopo parrocchia. Non poteva quindi mancare l’incontro con voi che celebrate in questa chiesa dei Santi Simone e Giuda, sita nel territorio della parrocchia di San Simeone profeta, il Santo Sacrificio della Messa secondo la forma straordinaria dell’unico rito romano. In conformità al Motu proprio Summorum pontificum promulgato dal Santo Padre Benedetto XVI il Patriarcato di Venezia e la Fraternità sacerdotale di San Pietro hanno firmato una Convenzione. Mediante essa il Cappellano, Padre Konrad, è inserito nella Chiesa diocesana, sotto l’autorità del Patriarca ed in comunione con lui (Convenzione, 14 settembre 2007, art. 3).
3. La Vergine Immacolata ci indica la strada del bell’amore. Come ci ha fatto pregare l’Orazione «O Dio concedi che possiamo vivere secondo il tuo cuore» (secundum cor tuum vivere valeamus), seguendo la Vergine noi possiamo imparare “la misura” dell’amore di Dio. È questo il senso della conversione cui la Quaresima nella sua quotidiana, triplice scansione di preghiera, digiuno ed elemosina, ci richiama. È la strada per la crescita della nostra umanità «… affinché l’intrapresa mortificazione della carne si trasformi in incremento delle anime nostre» (ut castigatio carnis assumpta, ad nostrarum vegetationem transeat animarum). Quel transeat allude al grande passaggio che è la Pasqua cui ci stiamo preparando.
4. Le Sante Perpetua e Felicita, di cui oggi commemoriamo il martirio (Cartagine, 202), sono fulgide testimoni del bell’amore. Due giovani donne e madri che, accogliendo la grazia del martirio del sangue, non esitano ad affermare il primato di quella nuova parentela che si genera sotto la croce e di cui dà conto l’incomparabile scena narrata nel passaggio del Vangelo di Giovanni: «Donna ecco tuo figlio… Ecco tua madre» (Mulier ecce filius tuus… Ecce mater tua) (Gv 19,26-27). Il dono potente della comunione, approfondito dal Concilio Vaticano II, ai cui «vincolanti insegnamenti» – così li ha definiti Benedetto XVI nella Lettera di Presentazione della Summorum pontificum ai Vescovi di tutto il mondo – voi vi riferite, attraverso il principio della «pluriformità nell’unità» (Assemblea Generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, Relatio finalis, 1985) trova qui, in questa oggettiva fraternità dei cristiani, la sua attuazione.
5. Il bell’amore che la Vergine Immacolata e le Sante martiri Perpetua e Felicita ci testimoniano è effettivo quando è oggettivo. Per questo il bell’amore è fedele, capace di quella stabilitas che sola rende possibile la costruzione («Stabant iuxta crucem» Gv 19,25) e fecondo: «avvicinatevi a me e saziatevi dei miei frutti»: (a generationibus meis implemini, Sir 24,19).
6. L’Orazione del Postcommunio riprende il tema della esistenza in Cristo spazio dell’esercizio quotidiano del bell’amore: «Il divino sacramento penetri nell’intimo del nostro cuore e ci faccia potentemente partecipi di sé» (penetralia nostra infundat: et sui nos participes potenter efficiat). In questa prospettiva il tempo, in forza della Sua grazia, attinge all’eterno: «quae temporaliter agimus, spiritualiter consequamur»: (fa’ che otteniamo il frutto spirituale di quanto abbiamo celebrato coi misteri temporali), perché – come potentemente richiama la lettura finale dell’incipit del Vangelo di Giovanni – con Lui l’eterno entra nel tempo.
7. Afferma Benedetto XVI: «La liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà» (Motu proprio Summorum pontificum, 7 luglio 2007). La sosta del Patriarca in occasione della Visita Pastorale tra voi che vi alimentate a questa antica e straordinaria forma dell’unico rito romano urge a dare forma eucaristica al quotidiano degli affetti, del lavoro e del riposo. In questo Santo sacrificio offriamo quindi noi stessi perché, con l’intercessione della Vergine Santissima e delle Sante Perpetua e Felicita, la nostra testimonianza cristiana sia a gloria di Cristo Gesù morto e risorto «propter nos homines et propter nostram salutem». Amen