domenica 4 settembre 2011

Dodicesima domenica dopo Pentecoste a Venezia


V.Van Gogh, Il buon Samaritano, Kroller Muller Museum presso Otterlo, paesi Bassi.

(foto dal web)




Santa Messa presso la chiesa di san Simon Piccolo a Venezia.
Celebrante don Konrad Zu Loewenstein FSSP.


VANGELO

In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis: Beáti óculi, qui vident quæ vos videtis. Dico enim vobis, quod multi prophétæ et reges voluérunt vidére quæ vos videtis, et non vidérunt: et audire quæ audítis, et non audiérunt. Et ecce, quidam legisperítus surréxit, tentans illum, et dicens: Magister, quid faciéndo vitam ætérnam possidébo? At ille dixit ad eum: In lege quid scriptum est? quómodo legis? Ille respóndens, dixit: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo, et ex tota ánima tua, et ex ómnibus víribus tuis; et ex omni mente tua: et próximum tuum sicut teípsum. Dixítque illi: Recte respondísti: hoc fac, et vives. Ille autem volens iustificáre seípsum, dixit ad Iesum: Et quis est meus próximus? Suscípiens autem Iesus, dixit: Homo quidam descendébat ab Ierúsalem in Iéricho, et íncidit in latrónes, qui étiam despoliavérunt eum: et plagis impósitis abiérunt, semivívo relícto. Accidit autem, ut sacerdos quidam descénderet eádem via: et viso illo præterívit. Simíliter et levíta, cum esset secus locum et vidéret eum, pertránsiit. Samaritánus autem quidam iter fáciens, venit secus eum: et videns eum, misericórdia motus est. Et apprópians, alligávit vulnera eius, infúndens óleum et vinum: et impónens illum in iuméntum suum, duxit in stábulum, et curam eius egit. Et áltera die prótulit duos denários et dedit stabulário, et ait: Curam illíus habe: et quodcúmque supererogáveris, ego cum redíero, reddam tibi. Quis horum trium vidétur tibi próximus fuísse illi, qui íncidit in latrónes? At lle dixit: Qui fecit misericórdiam in illum. Et ait illi Iesus: Vade, et tu fac simíliter.

(Vangelo secondo Luca 10, 23 - 37)

Traduzione:

In quel tempo: Disse Gesú ai suoi discepoli: Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete. Vi dico, infatti, che molti profeti e re vollero vedere le cose che vedete voi e non le videro, e udire le cose che udite voi e non le udirono. Ed ecco che un dottore della legge si alzò per tentare il Signore, e disse: Maestro, che debbo fare per ottenere la vita eterna? Gesú rispose: Che cosa è scritto nella legge? che cosa vi leggi? E quello: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua ànima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente: e il prossimo tuo come te stesso. E Gesú: Hai detto bene: fa questo e vivrai. Ma quegli, volendo giustificarsi, chiese a Gesú: E il prossimo mio chi è? Allora Gesú prese a dire: Un uomo, mentre discendeva da Gerusalemme a Gerico, si imbatté nei ladroni, che lo spogliarono e, feritolo, se ne andarono lasciandolo semivivo. Avvenne allora che un sacerdote discendesse per la stessa via: visto quell’uomo passò oltre. Similmente un levita, passato vicino e avendolo visto, si allontanò. Ma un samaritano, che era in viaggio, arrivò vicino a lui e, vistolo, ne ebbe compassione. Accostatosi, fasciò le ferite versandovi l’olio e il vino e, postolo sulla propria cavalcatura, lo condusse in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tratti fuori due denari, li dette all’albergatore, dicendo: Abbi cura di questi, e quanto spenderai in piú te lo rimborserò al mio ritorno. Chi di quei tre ti sembra che sia stato prossimo dell’uomo caduto nelle mani dei ladroni? Il dottore rispose: Colui che ebbe compassione. E Gesú gli disse: Vai e fai lo stesso anche tu.


Omelia:

San Luca è stato chiamato l'evangelista della Misericordia di Dio, in gran parte a causa delle Parabole che si trovano nel suo Vangelo come quella del Buon Samaritano e del Figliol Prodigo. Ora, quando leggiamo la Parabola del Buon Samaritano nella luce dei Padri della Chiesa, vediamo che questa Parabola parla della Misericordia di Dio nel contesto di tutta la storia della Salvezza, come adesso vedremo insieme.
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico qui  Gerusalemme, che significa "visione di pace" rappresenta, secondo i Padri, il Paradiso terreno, il Giardino di Eden, e Gerico che significa "Luna" rappresenta il mondo in cui tutto è mutabile, è instabile come la Luna stessa, l'uomo rappresenta Adamo e la discesa da Gerusalemme a Gerico è la caduta di Adamo all'occasione del Peccato Originale, e incappò nei briganti che lo spogliano e lo feriscono e lo lasciano tramortito.
Questi briganti sono, nelle parole di sant'Ambrogio, gli "angeli della notte e delle tenebre" che dopo il Peccato Originale hanno spogliato Adamo dei doni sovrannaturali che aveva ricevuti da Dio e l'hanno lasciato nello stato della natura caduta, dove è difficile conoscere la verità, agire bene, compiere i nostri doveri, dove è facile essere attratti e sedotti dalle nostre emozioni.
Cosa succede adesso nella Parabola?
Un sacerdote lo vede e passa, un levita lo vede e passa. San Giovanni Crisostomo interpreta il sacerdote come il sacrificio dell'Antico Testamento, il levita come la Legge dell'Antico Testamento, ne l'uno ne l'altro poteva guarire l'uomo caduto e dunque, nella storia, tutti e due passano senza fermarsi.
Un samaritano che percorreva la medesima strada si avvicinò a lui e vedendolo provò una compassione per lui, questo samaritano è nessun altro che Cristo stesso, anch'Egli scende da Gerusalemme a Gerico, ossia, dal Paradiso a questo mondo e porta con se il rimedio di cui l'uomo caduto ha bisogno, che nessuno prima di Lui nell'Antico Testamento poteva dargli: avvicinandosi gli ha fasciato le ferite, cosparso olio e vino e mettendolo sul suo cavallo, lo condusse all'albergo ed ebbe cura di lui.
Questa frase ci parla del rimedio portato dal Signore: l'olio e il vino sono i Sacramenti, l'olio simbolizza il Battesimo, la Cresima, il Sacerdozio e l'Estrema Unzione, il vino simbolizza la Santa Eucaristia, il fasciare simbolizza i Comandamenti, il cavallo, secondo tutti i Padri, è la sacra umanità di Nostro Signore + mediante la quale siamo salvati.
Beda il Venerabile, commenta: "fu conveniente che egli lo pose sul suo cavallo e lo guidava così, poichè nessuno che non sia unito a Cristo tramite il Battesimo entrerà nella Chiesa".
L'albergo, dunque, simbolizza la Chiesa e san Giovanni Crisostomo spiega: "l'albergo è la Chiesa che accoglie i viaggiatori, che son stanchi del loro viaggio attraverso il mondo e oppressi dal peso dei loro peccati, dove il viaggiatore stanco viene sollevato quando depone il peso dei suoi peccati e viene ristorato con nutrimento salutare, e questo significano le parole "quando ebbe cura di lui" perchè tutto ciò che è fuori è conflittuale, dannoso e male mentre, dentro dell'albergo c'è tutta pace e salute".
Quanto ai due danari questi possono significare i Comandamenti della Carità verso Dio e verso il prossimo, o la promessa della vita presente e la vita futura, da altre interpretazioni.
In breve allora, Nostro Signore Gesù Cristo + ci descrive in questa Parabola tutta la storia della nostra Salvezza: Adamo ha peccato ed è caduto, e con lui tutta l'umanità, Iddio alla vista della sua miseria fu commosso dalla Misericordia, scende dal Cielo e assume la nostra umanità che diviene il mezzo della nostra salvezza, Ci dona i Comandamenti e i Sacramenti, Ci conduce nella Chiesa che ci darà il rifugio fin quando Egli tornerà. Tutta la Parabola parla della Misericordia di Dio e la nostra reazione dovrebbe essere quella della gratitudine verso Dio e il desiderio di amare Dio e il nostro prossimo come Dio ci ha amati.
Ma chi è il mio Prossimo? chiede lo scriba. La parabola ci insegna che il nostro Prossimo è colui che incontriamo sulla strada della nostra vita e che soffre.
Riflettiamo un attimo, ognuno di noi, c'è qualcuno a cui sono vicino che ho incontrato e che soffre, che ha bisogno di me, che ci ha chiesto soccorso che non abbiamo ancora dato, soccorso fisico, spirituale, consiglio, preghiera, o semplicemente tempo per ascoltare le sue sofferenze? Questa persona è il nostro Prossimo, non lo trascuriamo!
C'è un'altro livello ancor più profondo nella Parabola, perchè la persona sofferente è Cristo stesso. Stiamo quindi ben attenti ai nostri doveri perchè, come Nostro Signore ci dice nel Vangelo di san Matteo: "in quanto hai fatto questo buon atto ad uno dei più piccoli dei miei fratelli, lo hai fatto
a me".


***


Link per le donazioni tramite PayPal:

domenica 3 luglio 2011

Terza domenica dopo Pentecoste a Venezia


Santa Messa cantata presso la chiesa di San Simon Piccolo, Venezia.
Celebrante don Konrad Zu Loewenstein FSSP.

Foto dal defunto blog Sacris Solemniis




VANGELO

In illo témpore: Erant appropinquántes ad Iesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisǽi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem iustis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte.

(Vangelo secondo Luca 15, 1 - 10)

Traduzione:

In quel tempo: Si erano accostati a Gesú pubblicani e peccatori per ascoltarlo. E scribi e farisei mormoravano, dicendo: Riceve i peccatori e mangia con essi. Allora egli disse questa parabola: Chi di voi, avendo cento pecore, perdutane una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella smarrita finché la ritrova? E ritrovatala, non la pone contento sulle spalle e, tornato a casa, raduna amici e vicini, dicendo loro: Congratulatevi con me, perché ho ritrovata la pecora che si era smarrita? Io vi dico che in cielo vi sarà piú gioia per un peccatore che fa penitenza, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. E qual è quella donna che, avendo dieci dracme, se ne avrà perduta una, non accende la lucerna e non spazza tutta la casa e non cerca diligentemente finché non la ritrova? E appena l’avrà ritrovata non chiama le amiche e le vicine, dicendo loro: Congratulatevi con me, perché ho ritrovata la dracma che avevo perduta? Io vi dico che vi sarà un grande gàudio tra gli Angeli di Dio per un peccatore che fa penitenza.

domenica 3 aprile 2011

Quarta domenica di Quaresima a Venezia


Santa Messa cantata presso la chiesa di San Simon Piccolo a Venezia, seguita da un'Ora Santa di Adorazione Eucaristica.
Celebrante don Konrad Zu Loewenstein FSSP.


(photo by Alessandro Franzoni)




VANGELO

In illo témpore: Abiit Iesus trans mare Galilææ, quod est Tiberíadis: et sequebátur eum multitúdo magna, quia vidébant signa, quæ faciébat super his, qui infirmabántur. Súbiit ergo in montem Iesus: et ibi sedébat cum discípulis suis. Erat autem próximum Pascha, dies festus Iudæórum. Cum sublevásset ergo óculos Iesus et vidísset, quia multitúdo máxima venit ad eum, dixit ad Philíppum: Unde emémus panes, ut mandúcent hi? Hoc autem dicebat tentans eum: ipse enim sciébat, quid esset factúrus. Respóndit ei Philíppus: Ducentórum denariórum panes non suffíciunt eis, ut unusquísque módicum quid accípiat. Dicit ei unus ex discípulis eius, Andréas, frater Simónis Petri: Est puer unus hic, qui habet quinque panes hordeáceos et duos pisces: sed hæc quid sunt inter tantos? Dixit ergo Iesus: Fácite hómines discúmbere. Erat autem fænum multum in loco. Discubuérunt ergo viri, número quasi quinque mília. Accépit ergo Iesus panes, et cum grátias egísset, distríbuit discumbéntibus: simíliter et ex píscibus, quantum volébant. Ut autem impléti sunt, dixit discípulis suis: Collígite quæ superavérunt fragménta, ne péreant. Collegérunt ergo, et implevérunt duódecim cóphinos fragmentórum ex quinque pánibus hordeáceis, quæ superfuérunt his, qui manducáverant. Illi ergo hómines cum vidíssent, quod Iesus fécerat signum, dicébant: Quia hic est vere Prophéta, qui ventúrus est in mundum. Iesus ergo cum cognovísset, quia ventúri essent, ut ráperent eum et fácerent eum regem, fugit íterum in montem ipse solus.

(Vangelo secondo Giovanni 6, 1 - 15)

Traduzione:

In quel tempo: Gesú se ne andò di là del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e lo seguiva una gran folla, perché vedeva i miràcoli da lui fatti a favore dei malati. Gesú salí quindi sopra un monte: ove si pose a sedere con i suoi discépoli. Ed era vicina la Pasqua, festa dei Giudei. Alzando gli occhi, Gesú vide che una gran folla veniva da lui, e disse a Filippo: Dove compreremo pane per cibare questa gente? E lo diceva per métterlo alla prova, perché egli sapeva cosa stava per fare. Filippo gli rispose: Duecento danari di pane non bàstano per costoro, anche a darne un píccolo pezzo a ciascuno. Gli disse uno dei suoi discépoli, Andrea fratello di Simone Pietro: C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci: ma che è questo per tanta gente? Ma Gesú disse: Fate che costoro si méttano a sedere. Vi era molta erba sul posto. E quegli uòmini si mísero a sedere, ed erano quasi cinquemila. Gesú prese dunque i pani, rese grazie, e li distribuí a coloro che sedevano: e cosí fece per i pesci, finché ne vòllero. Saziati che fúrono, disse ai suoi discépoli: Raccogliete gli avanzi, onde non vàdano a male. Li raccòlsero ed empírono dòdici canestri di frammenti dei cinque pani di orzo, che érano avanzati a coloro che avévano mangiato. E questi, quindi, veduto il miràcolo fatto da Gesú, díssero: Questi è veramente quel profeta che doveva venire al mondo. Ma Gesú, sapendo che sarébbero venuti a prénderlo per forza, per farlo re, fuggí di nuovo da solo sul monte.


Omelia:

Il tema che ho scelto per la predica di oggi è  un tema che dai primi tempi della Chiesa viene sempre ritenuto come il tema principale della meditazione. Il tema che ci porta, meditando, su di esso fra l'altro alla vera gioia spirituale.
Ludovico Blosio (benedettino del XVI secolo) asserisce che il considerare il leggere qualunque cosa della Passione, apporta più bene che ogni altro esercizio devoto, sant'Agostino dice persino che vale più una sola lacrima sparsa meditando la Passione di Nostro Signore che un pellegrinaggio a Gerusalemme, o tutto un anno di digiuno a pane ed acqua.
Il valore di queste meditazioni è soprattutto l'amore che ci guadagnano per Nostro Signore Gesù Cristo +.
Chi poi potrà non amare Gesù, chiede sant'Alfonso ( che è poi la sostanza di questa omelia), vedendoLo morire fra tanti dolori e disprezzi alfine di ottenere il nostro amore?
Un devoto solitario pregava Dio di insegnargli che cosa potesse fare per amarLo perfettamente, gli rivelò il Signore che per giungere al Suo perfetto amore non vi fosse esercizio più adatto che meditare spesso la Sua Passione.
Similmente fu rivelato da Dio ad un santo anacoreta che non vi è esercizio più alto ad infiammare i cuori del Divin Amore quanto il pensare alla morte di Gesù, e san Bonaventura parlando delle piaghe del Crocifisso le chiama "piaghe che impiagano i cuori più duri ed infiammano le anime più fredde", Vulnera dura corda vulnerantia, et mentes congelatas inflammantia.
Voglio così meditare qualche aspetto della Passione del Signore proprio per accendere il nostro amore per questo Amore Crocifisso del Signore.
Il primo punto è che il Signore ha sofferto la punizione dovuta da ogni peccato (da Lui) mai commesso.
Sant'Ambrogio quando parla della Passione del Signore dice che Gesù Cristo ha dei Discepoli, ma nessuno uguale: discipulos habent, ares non habent.
I Santi hanno provato di imitare Nostro Signore nelle loro sofferenze per rendersi come Lui, ma chi ha raggiunto una sofferenza uguale a Lui? Davvero ha sofferto per noi più di tutti i penitenti, gli anacoreti, i martiri hanno sofferto, perchè Dio ha fatto ricadere su di Lui il peso di una soddisfazione rigorosa alla giustizia divina per i peccati degli uomini, Isaia dice "il Signore fece ricadere su di Lui l'iniquità di noi tutti", et posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum (Is.53,6), e san Pietro dice " Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno, qui peccata nostra ipse pertulit in corpore suo super lignum" (1Pt.2,24), san Tommaso d'Aquino scrive che "Gesù Cristo redimendoci non solo ha guadagnato la virtù e i meriti infiniti che appartenevano alle Sue sofferenze, ma ha scelto di soffrire una profondità di dolore sufficiente a soddisfare abbondantemente e rigorosamente tutti i peccati del genere umano".
Questa Sua sofferenza comprende anche la vergogna personale del peccato, del peccatore, il Signore si fece tutt'uno con noi, con il capo e con il corpo, volle che le nostre colpe fossero considerate colpe sue e perciò pagò non solo con il Suo Sangue ma anche con la vergogna di questi peccati.
"L'infamia mi sta sempre davanti e la vergogna copre il mio volto" (Salmo 43),
"la vergogna mi copre la faccia; Tu conosci la mia infamia, la mia vergogna, il mio disonore" (Salmo 68).
Secondo punto: il Signore ha sofferto tutto il dolore dovuto al peccato.
Quando leggiamo le vite dei martiri, dice sant'Alfonso, ci pare al primo sguardo che alcuni abbiano sofferto dei dolori più amari di quelli del Signore, però san Bonaventura dichiara che il dolore di nessun martire poteva mai assomigliare in intensità ai dolori di Nostro Signore.
San Tommaso scrive che i dolori di Cristo erano i dolori più severi che si possono sperimentare in questa vita, san Bonaventura aggiunge che (Gesù) ha scelto di soffrire tanto dolore come se avesse commesso Egli stesso tutti i nostri peccati.
San Lorenzo Giustiniani scrive che in ognuno dei tormenti che ha subito, in virtù dell'agonia e dell'intensità della sofferenza, ha sofferto tanto quanto tutti i tormenti di tutti i Martiri insieme.
Il re Davide l'aveva predetto quando disse, nella persona di Cristo, nel Salmo 87: "Pesa su di me il tuo sdegno, sopra di me è passata la tua ira" - 8 Super me confirmatus est furor tuus; 17 In me transierunt irae tuae.
Sant'Alfonso commenta: "tutta l'ira di Dio che aveva concepito contro i nostri peccati, si è versata sulla Persona di Gesù Cristo + così che l'apostolo poteva dire di Lui che era divenuto peccato per noi, che era divenuto una maledizione per noi".

domenica 13 febbraio 2011

Sesta domenica dopo l'Epifania a Venezia


Santa Messa cantata presso la chiesa di San Simeon Piccolo (fronte stazione).
Celebrante don Konrad Zu Loewenstein FSSP.

(photo by Shawn Tribe)


VANGELO

In illo témpore: Dixit Iesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, maius est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis eius. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Iesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

Vangelo di Matteo 13, 31 - 35

Traduzione:

In quel tempo: Gesù disse alle turbe questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un grano di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo: e questo grano è la più piccola di tutte le sementi, ma, cresciuta che sia, è più grande di tutti gli erbaggi e diventa un albero: così che gli uccelli dell’aria vanno e si riposano sui suoi rami. E disse loro un’altra parabola: Il regno dei cieli è simile a un po’ di lievito, che una donna mescola a tre staia di farina, così che tutto sia fermentato. Gesù disse tutte queste parabole alle turbe: e mai parlava loro se non in parabole: affinché si adempisse il detto del Profeta: aprirò la mia bocca in parabole, manifesterò cose nascoste dalla fondazione del mondo.


Omelia:

In queste ultime domeniche dopo l'Epifania, la santa Messa, come ho menzionato l'altra volta, comincia con le parole: " Adoráte Deum, omnes Angeli eius ".
La settimana scorsa, ne ho colto l'occasione per parlare dell' Adorazione, in genere, oggi ne coglierò l'occasione per parlare dell'Adorazione propria alla santa Messa.

Come anche l'altra volta ho detto: l'atto principale dell'adorazione è il sacrificio, e il sacrificio per eccellenza è il Sacrificio della Croce, lo stesso Sacrificio della santa Messa. Questo Sacrificio, come ogni sacrificio, consiste in tre elementi:
- l'offerta della Vittima;
- la distruzione della Vittima;
- e la comunicazione della grazia.

Nella santa Messa l'offerta della Vittima e l'Offertorio, quando nostro Signore Gesù Cristo + tramite il celebrante offre se stesso a Dio Padre nei simboli del pane e del vino, non offre pane e vino a Dio Padre, non avrebbe senso, ma offre se stesso al Padre in modo simbolico, in un modo che anticipa l'offerta di se stesso più tardi nel corso della santa Messa.
La distruzione della Vittima secondo l'opinione comune dei teologi, compreso il Dottor angelico san Tommaso d'Aquino, avviene alla Consacrazione, quando il Signore si immola sull'Altare con la spada spirituale delle parole di consacrazione, nell'immagine di san Gregorio Nazianzeno.
La comunicazione della grazia avviene soprattutto nella santa Comunione quando nostro Signore Gesù Cristo + si comunica se stesso ai fedeli, come la grazia increata.

La differenza tra i sacrifici dell'Antico Testamento e quell'unico Sacrificio del Nuovo Testamento è che, nell'Antico Testamento, un animale viene offerto ed immolato a Dio che poi elargisce la sua grazia sull'uomo, nel Nuovo Testamento Dio stesso si offre e si immola a Dio che poi elargisce se stesso sull'uomo. Vediamo chiaramente come il sacrificio dell'Antico Testamento non è che un'ombra e un segno di quel Sacrificio per eccellenza del Nuovo Testamento.
Noi che assistiamo alla santa Messa siamo chiamati ad unirci al Sacrificio del Figlio divino, al Suo Padre divino, col dono completo di noi stessi. All'Offertorio offriamo a Dio tutte le nostre azioni, le nostre gioie, le nostre sofferenze, la nostra persona e persino la nostra vita intera. Alla Consacrazione ci immoliamo completamente a Lui nello spirito, come i santi Martiri si sono immolati completamente a Lui nel corpo. Alla santa Comunione come riscambio per il Suo dono intero di se a noi, ci diamo interamente a Lui, e nel ringraziamento che raccomando a tutti, almeno per qualche minuto dopo la santa Messa, prolunghiamo questo dono di noi stessi a Lui per la gloria del Suo santissimo Nome. Così partecipiamo al santo Sacrificio della Messa, sacrificandoci con l'Ostia Divina all'Offertorio, alla Consacrazione, dandoci a Lui nella santa Comunione.

Questo sacrificio che facciamo di noi alla santa Messa in modo diretto ed esplicito, lo dobbiamo fare anche in ogni momento della nostra vita, cioè, in modo indiretto ed implicito: tutte le nostre azioni, tutte le nostre gioie e pene vengono offerte, quando sono compiute o sentite a Dio, così la nostra persona e la nostra vita viene trasformata in un olocausto alla Maestà Divina, viene santificata e divinizzata. Le pene e le difficoltà non ci conducono più all'impazienza, al risentimento, alle lamentele in pensiero o parola, ad un atteggiamento nichilista che la vita non abbia senso, che Dio non esista, che non si occupi di me, ad un atteggiamento in una parola di sfiducia in Dio, ma nella luce della fede divengono occasioni per un atto di offerta, un atto di amore verso Dio, per guadagnare meriti per l'eternità, questo Sacrificio. Questo atto principale dell'adorazione che compiamo con tutta la nostra vita e in particolar modo alla santa Messa è un sacrificio, totale, di noi stessi.

Il Signore disse: se uno non avrà rinunciato a tutto, non potrà essere il mio discepolo.

Voglio concludere in questo riguardo con un passo di Tommaso da Kempis nel suo libro L'Imitazione di Cristo.

"Parola del diletto.

Con le braccia stese sulla Croce, tutto nudo il corpo, io offersi liberamente me stesso a Dio Padre, per i tuoi peccati, cosicché nulla fosse in me che non si trasformasse in sacrificio, per placare Iddio. Allo stesso modo anche tu devi offrire a me volontariamente te stesso, con tutte le tue forze e con tutto il tuo slancio, dal più profondo del cuore, in oblazione pura e santa. Che cosa posso io desiderare da te più di questo, che tu cerchi di offrirti a me interamente? Qualunque cosa tu mi dia, fuor che te stesso, l'ho per un nulla, perché io non cerco il tuo dono, ma te. Come non ti basterebbe avere tutto, all'infuori di me, così neppure a me potrebbe piacere qualunque cosa tu mi dessi, senza l'offerta di te. Offriti a me; da te stesso totalmente a Dio: così l'oblazione sarà gradita. Ecco, io mi offersi tutto al Padre, per te; diedi persino tutto il mio corpo e il mio sangue in cibo, perché io potessi essere tutto tuo e perché tu fossi sempre con me. Se tu, invece, resterai chiuso in te, senza offrire volontariamente te stesso secondo la mia volontà, l'offerta non sarebbe piena e la nostra unione non sarebbe perfetta" (Imitazione di Cristo Libro IV cap.VIII).


***


Link per le donazioni tramite PayPal:

venerdì 4 febbraio 2011

4 febbraio: san Giuseppe da Leonessa (Perugia)


(foto dal web)




Agiografia:

Eufranio Desideri, terzo di otto figli, nacque a Leonessa, allora diocesi di Spoleto, l’8 gennaio 1556. A quindici anni maturò la sua vocazione tra i Cappuccini e trascorse molti anni della sua formazione a Perugia, nel convento di Montemalbe, dove, da novizio, scrisse una significativa professione di fede e di fedeltà assoluta alla Chiesa. Ottenuta la patente di predicatore, iniziò la sua itineranza nei piccoli paesi della montagna umbro-marchigiana. Avendo chiesto di recarsi in missione, il 1° agosto 1587, in occasione del “perdono di Assisi”, ottenne l’obbedienza per far parte del gruppo di missionari che Sisto V inviò a Costantinopoli, i primi dopo i fatti di Lepanto; ed ivi operò tra i cristiani condannati alle galere. Scampato alla peste, volle tentare, come san Francesco, di avvicinare il sultano Murad III per annunciargli Cristo. Catturato, fu appeso per una mano e un piede al gancio, da cui fu liberato dopo atroci sofferenze per l’intervento dell’ambasciatore di Venezia e probabilmente della stessa sultana. Tornato in Italia nell’estate del 1589, fece relazione di tutto al papa, che lo ebbe caro. In Umbria si dedicò per un ventennio ad una attività di predicazione intensissima, fino a 7-8 sermoni al giorno, nei piccoli paesi – mai volle predicare nelle grandi città – operando anche sul piano sociale a difesa dei poveri, fondando monti frumentari e ospedali, promovendo pacificazioni clamorose anche per incarico dell’autorità, operando come taumaturgo a sollievo delle popolazioni bisognose per le frequenti carestie e pestilenze. Fu molto austero con se stesso per i digiuni, le penitenze, le veglie di preghiera. In queste sue peregrinazioni visitò frequentemente tutte le diocesi dell’Umbria. Quanto al territorio di Perugia: nel 1591 fu chiamato nel castello di Sant’Apollinare per convertire uno schiavo turco; nel 1596 predicò il quaresimale a Cerqueto, fondandovi un ospedale. Per la sua fama di santità il vescovo di Perugia, Napoleone Comitoli, gli scrisse il 4 luglio 1602 per esortarlo a predicare nella sua diocesi “in tutti quei luoghi che le parerà”, concedendogli indulgenze. Tra il 1605 e il 1606 fu a Città della Pieve come vicario; successivamente fu designato per un triennio come segretario del ministro provinciale e in tale veste tornò al convento di Montemalbe. Itinerari analoghi a quelli di Perugia possono essere ricostruiti per ogni diocesi dell’Umbria, da lui tutte ripetutamente visitate con corsi di predicazione. Morì il 4 febbraio 1612 nel convento di Amatrice. Ad appena otto giorni dalla morte il vicario generale di Spoleto dava ordine di raccogliere testimonianze sulla sua santa vita. Il suo corpo fu “trasferito” a Leonessa nella notte del 18 settembre 1639 in occasione d’un grave terremoto."


***


Link per le donazioni tramite PayPal:

mercoledì 2 febbraio 2011

Purificazione della BVM (Candelora) a Venezia


Presentazione al Tempio, dal portale della Sacrestia di san Simeone Profeta (Venezia).

(photo by Alessandro Franzoni)




Santa Messa cantata presso la chiesa di San Simon Piccolo (fronte stazione).
Celebrante don Konrad Zu Loewenstein FSSP.


Omelia:

Queste ultime Messe, dopo l'Epifania prima del secondo ciclo dell'Anno liturgico, che va fino a Pasqua, le sante Messe cominciano con le parole "Adoráte Deum, omnes Angeli eius " e voglio cogliere l'occasione per parlare dell'Adorazione. Uno scrittore francese ha detto una volta: che si potrebbero risolvere tutti i problemi del mondo se l'uomo facesse una cosa sola, e questa cosa è adorare Dio. Questo è lo scopo della creazione dell'Uomo e degli Angeli. Questo scopo si raggiunge in parte già sulla terra, ma nella sua pienezza nel cielo, l'Adorazione è l'onore manifestato ad un Altro in virtù della Sua eccellenza superiore, per mostrare la propria sottomissione a Lui. L'Adorazione è sia interna, cioè mentale, sia esterna cioè corporale. L'Adorazione interna è più importante di quella esterna, ma tutte e due sono dovute a Dio dall'uomo perchè l'uomo è composto dalla mente e dal corpo, e deve adorare Iddio pienamente, ossia con mente e anima altrettanto. Di fatti l'atto esterno di adorazione è necessario per eccitare il nostro affetto per sottomettersi a Dio, e l'adorazione interna, se è autentica, ci preme a manifestarla in gesti esterni. L'obbligo di adorare Dio è la conseguenza della Sua eccellenza superiore, anzi, in infinita che esige la nostra pienissima sottomissione. Questo obbligo viene stesso dal primo Comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio avanti a me", perchè questo Comandamento ci ordina di adorare Lui solo come nostro supremo Signore, viene espresso ugualmente nel Deuteronomio con le parole citate dal nostro Signore Gesù Cristo + a Satana: "adora il Signore Dio tuo, e a Lui solo rendi culto" (cfr. Tentazioni di Gesù + nel deserto, riportate nei vangeli di: Matteo 4,1-11, Marco 1,12-13 e Luca 4,1-13). L'Adorazione si rende a Dio in tutti gli atti del culto divino, e in un senso particolare nel culto del Santissimo Sacramento e che, per ricordare, non è ne segno, ne figura, ne virtù (come hanno preteso gli eretici), non è pane che contiene Dio, come tutte le cose contengono Dio, non è pane benedetto, non è pane sacro, non è neanche la divinità sotto le apparenze di pane, ma Gesù Cristo + sotto l'apparenza di pane nella Sua divinità e la sua umanità diventato Sangue ed Anima, per questo il Santissimo Sacramento esige il culto particolare dell'adorazione. Per ricordare quando il Santissimo Sacramento è esposto, si fa una doppia genuflessione e un inchino di testa profondo entrando in chiesa, passando davanti al Sacramento e lasciando la chiesa; quando il Sacramento è nel Tabernacolo si fa una genuflessione semplice entrando, passando e uscendo, si prende l'acqua benedetta si fa un segno di Croce + venendo e partendo, e non si parla, se si deve comunicare qualche cosa ad altrui nella chiesa, si fa a voce bassa. In questo riguardo, carissimi fedeli, non possiamo non accennare alla mancanza di adorazione da parte dei fedeli moderni, purtroppo anche membri del clero, intermediari che siamo fra Dio e l'uomo, entrando in chiesa passando davanti al Santissimo senza il minimo segno di rispetto, parlando a voce alta come se fossero in un luogo di incontro pubblico, o in un museo, anche al telefonino e, carissimi amici, ricevendo la santissima Eucarestia dopo esser mancati alla santa Messa domenicale, o alla santa purezza con altrui o da soli.... La Santa Eucarestia è, come scrive Romano Amerio: il fastigio del sacro, il mezzo per cui tutte le anime vengono condotte indietro all'Uno Dio, che è la loro origine, non c'è niente che è più grande, più glorioso, ne più prezioso sulla terra, se abbiamo trascurato la Santissima Eucarestia, abbiamo trascurato tutto! L'atto principale dell'Adorazione è il Sacrificio nel quale la sottomissione dell'uomo a Dio viene espressa, nel senso stretto, nella distruzione di una cosa sensibile che rappresenta l'uomo stesso, così l'uomo riconosce la perfezione infinita e la maestà dell'Essere Divino, il Suo sovrano dominio sopra l'uomo, che è venuto all'esistenza che esiste e che è stato salvato per mezzo Suo. La distruzione della cosa sensibile rappresenta l'offerta definitiva a Dio della vita e di tutto l'essere dell'uomo il suo corpo, la sua anima, la sua intelligenza e la sua volontà e tutto ciò che è. Il Sacrificio perfetto, l'atto di Adorazione perfetto è quello del Calvario, perchè è il Sacrificio di Dio a Dio, il puro e il perfetto Sacrificio, il Sacrificio per eccellenza. Questo Sacrificio viene perpetuato nel santo Sacrificio della Messa che è lo stesso Sacrificio. A questo Sacrificio l'uomo partecipa: il celebrante in modo sacramentale e spirituale, il fedele in modo spirituale. La partecipazione spirituale a questo Sacrificio consiste nel sacrificare se stessi in unione col santo Sacrificio del Calvario. Quanto sublime è la nostra vocazione cattolica, non è per niente che siamo obbligati ad assistere alla Santa Messa ogni settimana! Adoriamo dunque Dio durante la Santa Messa, e ogni giorno col sacrificio di noi stessi e di tutta la nostra vita, tutta la nostra persona, le gioie e le pene, affinchè un giorno possiamo adorarLo pienamente in Cielo con gli Angeli, secondo lo scopo unico della nostra creazione.


***


Link per le donazioni tramite PayPal:


sabato 29 gennaio 2011

Santa Messa Pontificale del card R.L.Burke a Treviso


Come dimenticare la prima Santa Messa Pontificale a cui aver mai assistito? Era il 29 gennaio 2011!

Presso il monastero delle Visitandine, a Treviso, dove si conserva la Reliquia del cuore di san Francesco di Sales. 
Sono intervenuti i seminaristi e i canonici dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote.

Foto dal defunto Blog Sacris Solemniis





***


Link per le donazioni tramite PayPal:

29 gennaio sant'Aquilino (Milano)


(photo and credits by Nicola de Grandi)






29 Gennaio - S. Aquilino Sacerdote e Martire - Solenne (rosso).
Riposa nella Basilica di San Lorenzo Maggiore, Milano.


La vita

La narrazione più antica della vita di questo Santo è contenuta nell’edizione del 1582 del Breviario Ambrosiano, a cura di Pietro Galesino.
Aquilino vide la luce a Würzburg in Baviera, da una nobile famiglia.
Sin dall’infanzia visse in maniera intensa la carità, tanto da coinvolgere i suoi coetanei e riportarli alla fede. Studiò poi alla scuola dei canonici di Colonia, città nella quale venne ordinato sacerdote.
Poco dopo l’ordinazione, dovette tornare nella sua città natale a causa della morte dei genitori e distribuì ai poveri l’eredità che aveva ricevuto. Rientrato a Colonia, venne unanimemente scelto come successore del vescovo alla morte di quest’ultimo.
Aquilino, però, rifiutò l’incarico e fuggì a Parigi. Anche in quel luogo si distinse per la sua carità, intervenendo in prima persona durante un’epidemia di peste. Ma anche lì venne proposto come vescovo e, ancora una volta, si allontanò.
Giunse quindi a Ticinum (l’odierna Pavia) e, da lì, passò a Milano, con l’intento di venerare le reliquie di sant’Ambrogio, cui era molto devoto. Difese la fede cattolica con la sua predicazione, volta a recuperare i fedeli dalle eresie più diffuse, come quelle del catarismo e dell’arianesimo.


Il martirio

Un giorno, mentre si recava pregare davanti ai resti di sant’Ambrogio, come faceva spesso, cadde in un agguato da parte di alcuni eretici, che lo trafissero alla gola con un pugnale e lo lasciarono a terra in una roggia.
L’anno del suo martirio non è sicuro, ma oscilla, secondo gli studiosi, tra 1015 e 1018.
Un’antica tradizione racconta che alcuni facchini, addetti al trasporto delle merci da Pavia a Milano lungo il fiume Ticino, trovarono il cadavere di Aquilino e lo trasportarono nella vicina basilica di San Lorenzo Maggiore.
Fu quindi sepolto nella cappella di San Genesio o “Cappella della Regina”, che poi venne intitolata a lui.


Il culto

Il primo documento su sant’Aquilino risale al 1465, quando fu approvata una confraternita a lui intitolata.
L’approvazione del suo culto avvenne con la bolla pontificia del 1469, mentre nel Messale Ambrosiano del 1475 la sua memoria liturgica venne fissata al 29 gennaio.
San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, nel 1581 lo proclamò compatrono della città: ne incentivò il culto, specie come protettore contro la peste. All’epoca del Borromeo si è anche consolidata l’iconografia di sant’Aquilino, ritratto in abiti sacerdotali, con un pugnale infilzato nel collo e in mano la palma del martirio. Le sue spoglie furono in seguito inserite in un’urna d’argento e cristalli di rocca e poste su un apposito altare della cappella dove già erano state sepolte.
Fino al XIX secolo, il 29 gennaio di ogni anno si svolgeva un corteo nel quale i facchini milanesi, seguiti dalle autorità civili, portavano alla basilica di San Lorenzo dei ceri e un otre d’olio, per alimentare la lampada votiva accanto all’urna di sant’Aquilino.
Attualmente, il corteo è sostituito da una processione interna alla basilica, che culmina sempre nella cappella di sant’Aquilino e vede comunque la presenza di esponenti del Comune di Milano.


***


Link per le donazioni tramite PayPal:

venerdì 28 gennaio 2011

28 gennaio: sant'Emiliano di Trevi


Sant'Emiliano fra i leoni, dettaglio del portale dalla chiesa di Trevi, Perugia.

(foto dal sito I luoghi del silenzio)


In breve:

Noto anche con il nome di Miliano venne a Spoleto dall'Armenia alla fine del terzo secolo. Consacrato vescovo da papa Marcellino, fu inviato a Trevi dove già esisteva una comunità cristiana evangelizzata, ormai da un secolo, da Feliciano vescovo di Foligno. Fu messo a morte sotto l'imperatore Diocleziano il 28 gennaio del 304, insieme a tre suoi compagni, dopo innumerevoli supplizi invano inflittigli per indurlo ad abiurare. Fu decapitato a tre chilometri da Trevi, in località Bovara, zona sacra per i pagani, legato ad una pianta di olivo (albero monumentale ancora esistente). E' Patrono di Trevi (città in cui sono conservate le sue reliquie, e che lo onora con una luminaria notturna la sera del 27 gennaio) e della frazione Ripa del Comune di Perugia.
Festa principale, 28 gennaio; altra festa, prima Domenica successiva al 28 gennaio . Le reliquie, di cui non si aveva più memoria, vennero rinvenute nel 1660 durante l'esecuzione di lavori nel duomo di Spoleto, forse trafugate a seguito di oscuri episodi nel Medioevo. Ora sono conservate nella chiesa sul punto più alto dell'abitato di Trevi.


***


Link per le donazioni tramite PayPal:

giovedì 6 gennaio 2011

Epifania di NSGC a Venezia


Francesco Guardi,  San Simeon Piccolo e la chiesa di santa Lucia.


(photo by Franco Corè)



Santa Messa cantata presso la chiesa di San Simon Piccolo (Venezia).

Celebrante don Konrad Zu Loewenstein FSSP



VANGELO


Cum natus esset Iesus in Béthlehem Iuda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Ierosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Iudæórum? Vidimus enim stellam eius in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Ierosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Iudae: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Iuda, nequaquam mínima es in princípibus Iuda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre eius, ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam.


(Vangelo secondo Matteo 2, 1 - 12)


Traduzione:


Nato Gesú, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché cosí è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i príncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre 



Omelia:


Uno scrittore francese ha detto una volta: "si potrebbero risolvere tutti i problemi del mondo se l'uomo facesse una cosa sola, e questa cosa è adorare Dio." Questo è lo scopo della creazione dell'Uomo e degli Angeli. Questo scopo si raggiunge in parte già sulla terra, ma nella sua pienezza nel cielo, l'Adorazione è l'onore manifestato ad un Altro in virtù della Sua eccellenza superiore, per mostrare la propria sottomissione a Lui.

L'Adorazione è sia interna, cioè mentale, sia esterna cioè corporale. L'Adorazione interna è più importante di quella esterna, ma tutte e due sono dovute a Dio dall'uomo perchè l'uomo è composto dalla mente e dal corpo, e deve adorare Iddio pienamente, ossia con mente e anima altrettanto. Di fatti l'atto esterno di adorazione è necessario per eccitare il nostro affetto per sottomettersi a Dio, e l'adorazione interna, se è autentica, ci preme a manifestarla in gesti esterni. 


L'obbligo di adorare Dio è la conseguenza della Sua eccellenza superiore che esige la nostra pienissima sottomissione. Questo obbligo viene stesso dal primo Comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio avanti a me", perchè questo Comandamento ci ordina di adorare Lui solo come nostro supremo Signore, viene espresso ugualmente nel Deuteronomio con le parole citate dal nostro Signore Gesù Cristo a Satana: "adora il Signore Dio tuo, e a Lui solo rendi culto" (cfr. Tentazioni di Gesù nel deserto, riportate nei vangeli di: Matteo 4,1-11, Marco 1,12-13 e Luca 4,1-13). 

L'Adorazione si rende a Dio in tutti gli atti del culto divino, e in un senso particolare nel culto del Santissimo Sacramento e che, per ricordare, non è ne segno, ne figura, ne virtù, non è pane che contiene Dio, come tutte le cose contengono Dio, non è pane benedetto, non è pane sacro, non è neanche la divinità sotto le apparenze di pane, ma Gesù Cristo sotto l'apparenza di pane nella Sua divinità e la sua umanità diventato Sangue ed Anima, per questo il Santissimo Sacramento esige il culto particolare dell'adorazione. 

La Santa Eucarestia è, come scrive Romano Amerio: "il fastigio del sacro, il mezzo per cui tutte le anime vengono condotte indietro all'Uno Dio, che è la loro origine, non c'è niente che è più grande, più glorioso, ne più prezioso sulla terra, se abbiamo trascurato la Santissima Eucarestia, abbiamo trascurato tutto!"

L'atto principale dell'Adorazione è il Sacrificio nel quale la sottomissione dell'uomo a Dio viene espressa, nel senso stretto, nella distruzione di una cosa sensibile che rappresenta l'uomo stesso, così l'uomo riconosce la perfezione infinita e la maestà dell'Essere Divino, il Suo sovrano dominio sopra l'uomo, che è venuto all'esistenza che esiste e che è stato salvato per mezzo Suo.  

Adoriamo dunque Dio durante la Santa Messa, e ogni giorno col sacrificio di noi stessi e di tutta la nostra vita, tutta la nostra persona, le gioie e le pene, affinchè un giorno possiamo adorarLo pienamente in Cielo con gli Angeli, secondo lo scopo unico della nostra creazione.


Il Sacrificio perfetto, l'atto di Adorazione perfetto è quello del Calvario, perchè è il Sacrificio di Dio a Dio, il puro e il perfetto Sacrificio, il Sacrificio per eccellenza. Questo Sacrificio viene perpetuato nel santo Sacrificio della Messa che è lo stesso Sacrificio. A questo Sacrificio l'uomo partecipa: il celebrante in modo sacramentale e spirituale, il fedele in modo spirituale. La partecipazione spirituale a questo Sacrificio consiste nel sacrificare se stessi in unione col santo Sacrificio del Calvario. Quanto sublime è la nostra vocazione cattolica, non per nulla siamo obbligati ad assistere alla Santa Messa ogni settimana!



***


Link per le donazioni tramite PayPal: